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Tuesday, April 19, 2011

Thor (id., 2011)di Kenneth Branagh

Non potremo dire che non ce lo aspettavamo. Il Thor di Kenneth Branagh è praticamente quello che in molti avevano previsto sarebbe stato. Un film d'azione diretto da una persona che non si intende molto di azione e un film di rapporti interpersonali tra nobili regali che è quasi obbligato a strizzare l'occhio alle dinamiche da opera shakespeariana.
Sorvolando sulle motivazioni che possono aver spinto Branagh a prendere le redini di un simile progetto, il risultato sembra in linea con la filosofia dei Marvel Studios, garantire un livello medio a tutti quei film che, com'è fisiologico, non spiccheranno per nessuna caratteristica. E così è per Thor.

Organizzato con la più consueta delle sceneggiature che ruota intorno ai più consueti dei personaggi (mica quel fico, bastardo, metatestuale di Tony Stark), Thor racconta di un figlio che delude il padre per la troppa foga di compiacerlo, di un esilio in Terra in cui si innamora di una mortale (quindi appartenente ad un mondo diverso), di un ritorno per vendicare la morte del suddetto padre e di una battaglia scatenata dalla follia di un regnante. Da Romeo a Giulietta, fino ad Amleto passando per Macbeth. Branagh piega la sceneggiatura per adattarla all'idea che si ha di lui, che invece nella realtà non è solo Shakespeare ad oltranza.

Il risultato è quindi, da una parte uno Shakespeare annacquato, dall'altra molte parti d'azione girate con un'idea di action vecchia di decenni. La location (il New Mexico) vuole guardare alla fantascienza anni '50 e richiamare echi di Rosswell e Area 51, ma scenografia a parte punta tutto su inquadrature sghembe e grandi deserti come fossimo nel 1992.
Il senso è quello di un progetto un po' antico già nelle sue fondamenta e realizzato senza una conoscenza sufficiente del genere in questione. Di tutta l'epica profusa nelle relazioni interpersonali su Asgard, non c'è poi traccia sulla Terra e soprattutto non ce n'è traccia nelle scene d'azione. Tutte le grandi cavalcate e gli scontri "galattico-deistici" dovrebbero avere il respiro dei grandi momenti di cinema e sono invece girati senza idee, avendo la resa dei peggiori B movie di fantascienza.

Wednesday, March 30, 2011

Amici, amanti e... (No strings attached, 2011)di Ivan Reitman

E che Natalie Portman sia. Sulla scia degli Oscar la distribuzione italiana ammassa titoli con la titolata. Oltre al Cigno Nero abbiamo nelle sale anche Amici, amanti e... letterale traduzione di No strings attached. Commedia romantica con Ashton Kutcher che, attenzione, funziona. Un bel passo in avanti rispetto a La mia ex ragazza e soprattutto Evolution, i due precedenti titoli di Ivan Reitman.

Ma il film funziona soprattutto perchè funzionano le componenti più determinanti della commedia romantica: il romanticismo convincente, i comprimari, lui non ingombra.
Ecco Amici, amanti e... si rassegna a dare alla protagonista il potere nella messa in scena, si affida quanto serve alle di lei espressioni (convincente anche quando dice il solitamente banale "L'ho perso") e piazza qualche ironia non da poco nel rapporto con i personaggi di seconda fascia. Dalla compilation per le mestruazioni agli scherzi ai danni del ragazzo tutto sembra funzionare e creare un'aura di naturalezza invidiabile.

Non un capolavoro certo (specie considerando chi c'è al timone) ma un film decente in grado di parlare di sentimenti sul tanto desiderato terreno della liberazione sessuale. L'indipendenza dal rapporto di coppia e la possibilità di avere rapporti unicamente sessuali, le chimere di un periodo in cui sempre meno il legame è un valore a livello sociale ma che rimane desiderabile a livello personale.

Wednesday, September 1, 2010

Black Swan (id., 2010)di Darren Aronofsky

POSTATO SU
IN CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Aronofsky non si è allontanato nemmeno un millimetro dalla strada battuta con The Wrestler. è solo andato più avanti.
Un personaggio al centro di tutto, costantemente inquadrato, macchina a mano che lo va a prendere là dove sta e sembra non mollarlo mai (qui addirittura aggiunge degli stacchi di montaggio tra un pedinamento e l'altro che sembrano lasciar intuire che la macchina da presa l'abbia seguito per tutto il tragitto che non abbiamo visto), una storia che indaga il rapporto tra rappresentazione e realtà a partire dalla carne di chi mette in scena qualcosa che si suppone essere finto e il medesimo finale.

Ciò che cambia tra The Wrestler e Black Swan è il modo di vedere la realtà ritratta. Nel film con Mickey Rourke nulla sembra stato messo in scena e tutto accade come catturato documentaristicamente, mentre Black Swan è un tripudio di ritocchi all'immagine in chiave lirica (ci sono anche delle belle inquadrature che vengono dritte da Trono di sangue e un inizio che presagisce l'identità tra storia del personaggio e trama del Lago dei Cigni che sembra venire da Scarpette Rosse). Questo perchè là si raccontava di un uomo che tenta di ricomporre la sua vita e qui di una donna che la sta perdendo in preda a manie di persecuzione e continue allucinazioni. E sono proprio le allucinazioni della protagonista, assieme alle continue immagini irreali che lei (e noi) percepisce come reali, il vero elemento in più che non solo cambia il genere del film ma consente all'idea di cinema alla base di The Wrestler di fare un passo avanti.

La trama è chiaramente Il Lago dei Cigni, o meglio la storia di una ragazza che dovrà interpretare Il Lago dei Cigni e che nel prepararsi a farlo compirà il medesimo percorso del personaggio che interpreta. Un classico, ma reso sullo schermo con una verve che unisce The Wrestler e Requiem for a dream. Le immagini alterate del secondo e la secca crudezza del primo, il suo amore per la carne e gli effetti che hanno sulla realtà le cose fatte per finta, per rappresentazione. La finzione di un racconto (o di un incontro) che per essere tale ed essere magistrale deve essere verità.
Come dice Vincent Cassel verso l'inizio: "Faremo il Lago dei Cigni, lo so è un'opera fatta molte volte. Ma così non l'ha mai visto nessuno!".
Black Swan è bello, duro, forte e tirato alla massima potenza. Un film di genere, altissimo.

Monday, June 16, 2008

Closer (id., 2004)di Mike Nichols

Ammetto che a tratti Closer ha saputo prendermi, sono un amante dei melodrammoni e questo di certo gli ha facilitato il compito, ma in più di un momento il film è stato capace di rendere accettabili e attuali momenti, svolte di trama e frasi che altrove sarebbero state giudicate impensabili come: "Nessuno t'amerà mai come t'ho amato io".

Si sente tantissimo la provenienza teatrale, nella scansione temporale "episodica", nella quantità e qualità dei dialoghi e nel particolare tipo di intreccio, tuttavia Nichols adatta molto bene il testo al cinema trovando più di un modo in cui utilizzare lo specifico filmico per la messa in scena, senza limitarsi come spesso accade a puntare la macchina da presa e dirigere gli attori.

La cosa più interessante di tutte forse è il modo in cui i rapporti vengono mostrati, attraverso grandi ellissi temporali (spiegate sempre in maniera molto delicata e invisibile) e con sbalzi di umore, tono e complicità che invece che sembrare paradossali convincono ogni volta di più.
E' semmai la recitazione che non convince, troppo teatrale (come era facile che accadesse), troppo caricata e troppo poco cinematografica. Nichols non tiene a bada per nulla la voglia di strafare di Clive Owen e Jude Law che risulta in una sfida a chi carica di più mentre sia Natalie Portman che Julia Roberts sono decisamente più compassate, limitando i danni.

Non è chiaro quanto Closer possa o voglia parlare dei tempi moderni tuttavia il suo approccio modernista è apprezzabile come la volontà di fondere America e Europa (non nella trama chiaramente ma nel modo di filmare) attraverso uno stile che in più di un momento guarda a Woody Allen (le riprese in esterni da lontano) e a tratti i rapidi carrelli e le luci di Scorsese.

Wednesday, April 23, 2008

Il Treno Per Il Darjeeling (The Darjeeling Limited, 2007)di Wes Anderson

POSTATO SU

Uno dei tratti fondamentali di parte del cinema d'azione asiatico moderno (almeno per un occhio occidentale) è l'esplosione di violenza, il fatto cioè che spesso i momenti efferati e violenti arrivino senza alcun preavviso tipico solitamente dato da elementi come musica, montaggio, dialoghi, sguardi o qualsiasi altra strategia cinematografica. Allo stesso modo in Wes Anderson esplodono le emozioni, il suo stile di racconto cinico e un po' distaccato è poi costellato di continue microesplosioni di emotività, una frase, un gesto o un momento che rivelano un dramma o un sentimento quando meno lo si aspetta e senza che in nessun modo sia annunciato.

E' una delle caratteristiche più importanti di questo finto indipendente, che gira con un rigore raro (i suoi caratteristici movimenti di camera ortogonali qui arrivano all'esasperazione), prediligendo il piano sequenza e gli ambienti stretti (la casa dei Tenebaum, la nave di Zissou, ino all'estremo e angusto spazio della cabina del treno nel quale si trova incredibilmente a suo agio), sapendo comporre l'inquadratura come pochi oggi e raccontando storie di formazione come se ogni storia possibile fosse di formazione.

Inutile dire del continuo raccontare sempre la stessa storia di famiglia ovattate e allo sfascio, più interessante è forse notare come specialmente quest'ultimo suo film, Il Treno per il Darjeeling renda spesso esplicite molte metafore, rendendole così operative e facendole diventare uno strumento in più.
In un punto della storia i tre fratelli protagonisti tentano di salvare tre bambini, uno non ce la farà. Non era ufficiale ma metafora voleva che ognuno avesse un bambino da salvare, quasi si fosse preso carico unicamente di quella vita come obiettivo da raggiungere per la propria salvezza. Ma in maniera palese Adrien Brody dichiarerà: "Il mio non ce l'ha fatta" tenendo in braccio il corpo senza vita.
Solitamente una cosa simile è condannabile perchè non serve dirlo ad alta voce, è più efficace se lo spettatore fa l'associazione da solo. In questo caso tuttavia il fatto che lui lo dica ad alta voce non è mancanza di fiducia nello spettatore ma rende la questione esplicita e utilizzabile più avanti: il protagonista stesso aveva fatto l'associazione, sapeva che era il suo bambino e lo dice agli altri che lui il suo non l'ha salvato i quali ora sanno che lui lo pensa, è un punto di partenza e non uno di arrivo. Un segno di come Anderson non rispetti (e con buone ragioni) molte regole auree del cinema.

Questo è un solo esempio della raffinatezza stilistica del cinema di Wes Anderson (altra è la capacità di associare ad ogni personaggio anche marginale una storia (i lividi sul corpo di Natalie Portman) o di incastrare più racconti in quello principale) che nonostante cerchi in tutti i modi una personalizzazione portata all'estremo (come sempre i colori sono fondamentali oltre che coerenti lungo tutta la pellicola, al pari di una lunga serie di oggetti che ricorrono) sembra poi non riuscire ad uscire dal seminato. E lo dico con grande dispiacere.
Quello di Wes Anderson è un cinema tra i più sorprendenti e originali degli ultimi anni, l'unico che sembra essere partito dalle istanze indipendenti americane (ma già ne era lontano con Rushmore) per andare da altre parti senza rimanervi imbrigliato, l'unico che guardi davvero al passato (peraltro europeo) senza citazionismo (per questo mi hanno infastidito molto gli zoom anni '70), che sappia fare tesoro del linguaggio dei videoclip (e non per il montaggio una volta tanto!) e l'unico in grado di raccontare trame avvincenti riuscendo a trovare una strada personale per la messa in scena di personaggi umani.

Eppure, se non in Rushmore, la sua poetica dei bambini viziati cresciuti e fieri di esserlo che nonostante la bambagia non riescono ad avere i rapporti che vorrebbero, che falliscono in tutto nonostante siano pieni di potenzialità sembra non riuscire a compiere l'ultimo miglio e rimanere sempre ingabbiata in un'ottima messa in scena ma nulla più.

E comunque quando alla fine ci si trova sui monti dell'India, in un convento, con le suore, gli autoctoni e gli interni bianchi se il pensiero non vola SUBITO a Narciso Nero mi dispiace per voi.

Tuesday, March 18, 2008

Un Bacio Romantico (My Blueberry Nights, 2007)di Wong Kar Wai

POSTATO SU
Tocca dire subito due cose: Wong Kar Wai nel campo "metropoli notturne e disperate con luci al neon" non ha rivali e dal primo film fatto fuori da Hong Kong non ci si può che aspettare un bignami di quello che sa fare.
Precisate queste cose e il fatto che alla fotografia non c'è il compagno di mille battaglie e mille successi Christopher Doyle (ma al montaggio invece il fido William Chang c'è), c'è da dire che Un Bacio Romantico è decisamente molto migliore di 2046.

Si tratta di cinema in puro stile Kar Wai: anime sole e perdute nelle città moderne, girato prevalentemente di notte e incentrato non sulle storie d'amore in sè ma sul loro prima e il loro dopo, personaggi che raccolgono i cocci di se stessi e vivono di speranze. Non è ripetizione ma reiterazione.

Come sempre nei suoi exploit migliori Wong Kar Wai riesce a prende dalle atmosfere pure del noir solo ciò che gli serve, tralasciando tutti gli ambiti malavitosi e più violenti e isolando il romanticismo della modernità. E tutto questo lo fa con le immagini e non tanto con le parole.
Nessuno come lui ha trovato l'estetica dell'empatia moderna e nessuno come lui ha individuato e fissato le aree di resistenza del vivere romanticamente nel mondo moderno. E in Un Bacio Romantico, benchè non ci sia la forza innovativa e poetica di Angeli Perduti o Hong Kong Express, ci sono comunque buonissime idee come quella dei personaggi visti di giorno e di notte e i loro rapporti che si ribaltano.

Certo il segmento incentrato sul personaggio di Natalie Portman è abbastanza lento e ammazza un po' un ritmo che, come sempre, viaggia pericolosamente sul crinale della lentezza. Ma Wong Kar Wai riesce ancora a sfornare trovate di messa in scena davvero uniche, idee che sono l'unione di punti di osservazione poco ortodossi, viraggi su colori sparati, messa a fuoco parziale e una prospettiva diversa sulle solite cose.
Dai barattoli di ananas di Hong Kong Express alle torte di Un Bacio Romantico non ci passa molto, l'umanizzazione degli oggetti e delle cose è sempre la metafora della quotidiana piccola sofferenza di personaggi che sembrano costantemente soli e bisognosi d'affetto. Ed è sempre bellissimo.

Un'ultima nota per il titolo italiano. Ho già espresso in passato la mia posizione ambigua e non decisa sulla storia degli adattamenti e della malatitolazione ma in questo caso mi pronuncio fortemente contro.
Il titolo originale ha una precisa economia nella trama e visto a posteriori è fenomenale per come aggiunge valore ad alcuni elementi (cioè le torte di mirtilli) e cambia punto di vista sulla storia. Quello italiano allo stesso modo sottolinea un altro elemento importante del film (un bacio che avviene ad un certo punto) ma che è bello proprio perchè abilmente (ed è uno degli espedienti migliori) Wong Kar Wai lascia il dubbio sul fatto che sia realmente accaduto (e comunque ha un illustre precedente).
In due parole: il titolo italiano rovina quello originale arricchisce.