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Thursday, March 19, 2009

The International (id., 2009)di Tom Tykwer

POSTATO SU
L'inventiva e le idee di Tom Tykwer sono qualcosa che dal cinema d'azione stavamo cominciando a dimenticare. Pochi oggi sono capaci di portare tanta raffinatezza, divertimento e sottile strategia cinematografica in un film thriller come il regista tedesco fa nel suo The International.

Su una trama di intrighi spionistici e politici si innerva il racconto di due agenti dell'Interpol alla caccia dei segreti di una grossa banca internazionale, un vero impero del male. Ma più che il racconto degli intrighi, delle colpe e delle responsabilità nei conflitti internazionali e nelle transazioni economiche a Tykwer interessa l'azione, il gesto cinematografico.
Il film parte subito con una dichiarazione di stile formidabile. La sequenza di apertura sembra quasi quella di un film di Bond per come getta i protagonisti nel vortice della violenza e dell'azione. Lo fa con un esplosione drammatica e antieroica di primo livello. Raffinata e originale.

La caratteristica che più stupisce è come si faccia un uso coinvolgente e funzionale degli spazi. Con i totali, i dolly e i carrelli Tykwer illustra la sua suspense e la sua azione, rifiutando sempre i canoni del genere. C'è un inseguimento a piedi fatto camminando che è straordinario e anche la più ordinaria sequenza di sparatoria nel Guggenheim Museum è un gioiello di inventiva.

Nelle sequenze di azione di Tykwer non accade mai ciò che il tuo istinto ti suggerisce stia per accadere, ma cose migliori.
Con un occhio a Paul Greengrass (per la modernità delle riprese) e uno a Friedkin (per la fredda asciuttezza dello stile) The International si lascia apprezzare decisamente più dalla bocca dello stomaco che dalla testa.
Farraginoso nella trama e un po' inconcludente il film è come il suo finale: conta più il gesto delle parole.

Già Lola Corre, il suo lungometraggio d'esordio che per anni è rimasto un cult, sembrava un pretesto per mostrare azione e gesti filmici, ora The International ne è l'evoluzione teorica, mainstream e in pompa magna.

Monday, June 16, 2008

Closer (id., 2004)di Mike Nichols

Ammetto che a tratti Closer ha saputo prendermi, sono un amante dei melodrammoni e questo di certo gli ha facilitato il compito, ma in più di un momento il film è stato capace di rendere accettabili e attuali momenti, svolte di trama e frasi che altrove sarebbero state giudicate impensabili come: "Nessuno t'amerà mai come t'ho amato io".

Si sente tantissimo la provenienza teatrale, nella scansione temporale "episodica", nella quantità e qualità dei dialoghi e nel particolare tipo di intreccio, tuttavia Nichols adatta molto bene il testo al cinema trovando più di un modo in cui utilizzare lo specifico filmico per la messa in scena, senza limitarsi come spesso accade a puntare la macchina da presa e dirigere gli attori.

La cosa più interessante di tutte forse è il modo in cui i rapporti vengono mostrati, attraverso grandi ellissi temporali (spiegate sempre in maniera molto delicata e invisibile) e con sbalzi di umore, tono e complicità che invece che sembrare paradossali convincono ogni volta di più.
E' semmai la recitazione che non convince, troppo teatrale (come era facile che accadesse), troppo caricata e troppo poco cinematografica. Nichols non tiene a bada per nulla la voglia di strafare di Clive Owen e Jude Law che risulta in una sfida a chi carica di più mentre sia Natalie Portman che Julia Roberts sono decisamente più compassate, limitando i danni.

Non è chiaro quanto Closer possa o voglia parlare dei tempi moderni tuttavia il suo approccio modernista è apprezzabile come la volontà di fondere America e Europa (non nella trama chiaramente ma nel modo di filmare) attraverso uno stile che in più di un momento guarda a Woody Allen (le riprese in esterni da lontano) e a tratti i rapidi carrelli e le luci di Scorsese.