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Tuesday, May 17, 2011

I Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare (Pirates of the Carribean: On Stranger Tides, 2011)di Rob Marshall

Qui si è sempre stimato parecchio Gore Verbinski. Anche quando dirigeva il secondo e terzo film di una saga che era partita alla grande ma stava finendo schiacciata sotto il peso di interessi milionari e obblighi su obblighi, imposti da produzioni avide di successi originali. Ma se per l'appunto gli ultimi due film dei pirati dei caraibi erano pessimi nonostante un buon regista, si può solo immaginare cosa possa essere questo quarto che, per di più, è in mano al regista di Nine e Memorie di una geisha.

Tutte le vostre fantasie più sfrenate riguardo pessimi film e agonie in sala sono realtà. Pirati dei Caraibi 4 appartiene alla categoria "film d'azione noiosi", quelli in cui ci si addormenta nelle scene di battaglia e si auspica una rapida fine a dispetto degli oltre 120 minuti di durata.
Il punto è che Rob Marshall fallisce là dove Verbinski bene o male salvava la baracca, cioè nel proporre un'idea di film d'avventura seria e credibile a dispetto di trame che da ironiche si son fatte via via sempre più stupide. Controfigure in evidenza, momenti di vero imbarazzo quando a muoversi sono i veri attori, greenscreen palesi e mille artifici messi in scena invece che nascosti, distruggono ogni possibile impressione di esotismo. E sono solo alcuni dei fastidi primari. Come si può immaginare un film sui pirati in cui tutto appare fasullo e posticcio, in cui il protagonista è goffo quando tira con la spada e nello stacco di montaggio seguente è bravissimo ma palesemente ripreso di spalle da lontano?

Come se non bastasse anche Jack Sparrow, uno dei pochi miti originali di questi anni di cinema, riceve il colpo finale. Da freak vincente e fuori dai canoni lentamente sta rientrando nei ranghi e in questo quarto film dimostra di avere un cuore e delle pulsioni sentimentali (verso Penelope Crua, l'alternativa latina dopo quella cinese dello scorso film), dimenticando totalmente quel curioso senso di impotenza sessuale (e correlata ambiguità) che gli dava ancor più fascino e mistero. Ora è tutto esplicito e dichiarato.

Monday, May 16, 2011

The tree of life (id., 2011)di Terrence Malick

Sia per la Bibbia che per il Corano Giobbe è l'uomo giusto messo alla prova da Dio per dimostrare come non si debba giudicare l'operato divino in base ai parametri umani. Tree of life comincia con una citazione su Giobbe.
La storia è presto detta sebbene non semplice da ricostruire lungo la frastagliata ed episodica narrazione malickiana. Un architetto insoddisfatto (Sean Penn), nel recarsi al capezzale della madre morente (Jessica Chastain che ricorda molto la Sissy Spacek di La rabbia giovane) compie un viaggio metafisico oltre la morte e indietro nella memoria a quando era ragazzo. Intorno all'età di 14 anni fa infatti due lutti colpiscono la sua famiglia e prende coscienza del rapporto conflittuale con il padre.

L'obiettivo di Malick era narrare la vita nel senso più lato possibile. La vita dell'uomo, degli animali, delle piante e del pianeta, soggetta alle leggi naturali e della grazia, il contrasto tra esigenze terrene e necessarie aspirazioni trascendentali. La grazia e la natura negli uomini come nei dinosauri.
Tra ampie digressioni sull'origine dell'universo e della Terra, scene da microscopio e da telescopio, dinosauri e feti The tree of life fa un racconto per scene, esasperando lo stile frammentato di Terrence Malick. Il regista racconta una vita intera mostrandone solo un dato momento e senza l'aiuto di una trama propriamente detta. Come se si chiedesse quali siano le immagini, le visioni e i colori in grado di raccontare una vita, non tanto nei suoi eventi ma nel suo più profondo sentire. Raccontare sentimenti senza legarli ad eventi.

Ecco The tree of life riesce nella titanica impresa di mettere davanti agli spettatori il più clamoroso dei contrasti, quello tra sofferenze e gioie terrene rispetto all'immensità dell'assoluto. Ponendo l'origine di tutto e la sua fine come confini facilmente oltrepassabili.
Come esempio della portata basti dire che lungo il corso del film gli uomini si chiedono il perchè delle sofferenze che Dio impone loro, i figli si chiedono il perchè di un'educazione repressiva da parte del padre. Il macro e il micro, continuamente messi a confronto, siano cellule e pianeti che uomini e dei.

Come sempre Malick raggiunge i suoi obiettivi passando per tutto ciò che non è umano. I rumori ambientali sono presenti con una forza pari solo a quanto la fotografia di Lubezki insiste sulla luce solare (il film si apre e si chiude su dei girasoli e in mezzo i raggi controluce sono una costante) e sulla "sostanza" materiale e tattile degli elementi naturali. Animali, piante, vento, terra, acqua e uomini hanno lo stesso peso e la stessa importanza nelle inquadrature di Malick, per questo non c'è momento in The tree of life in cui anche la più nota delle inquadrature non stupisca.
Moltissimo viene da 2001: Odissea nello spazio (immagini di pianeti che eclissano il sole, un meteorite come il monolito, la musica classica...), anche grazie al comune utilizzo di Douglas Trumbull, eppure lo stesso il film vive su alcuni momenti spiazzanti e di una bellezza devastante come un feto nascosto dietro la membrana ovulare che ricorda un volto dietro una tenda.
Tree of life è un film altissimo che lavora dentro lo spettatore. Malick c'è riuscito ancora.

Wednesday, May 11, 2011

Tatanka (2011)di Giuseppe Gagliardi

Tatanka si apre con l'inizio più clamoroso che negli ultimi anni ci abbia regalato un film italiano. Panoramica di un quartiere degradato, rumori ambientali soffusi, di colpo fortissimo esplode uno sparo, la macchina da presa indugia ancora un po' sulla medesima inquadratura in cui qualche persona sembra correre, poco trambusto rispetto allo stupore, la forza e il soprassalto del botto appena passato. Fantastico.

Non ci dovrebbe essere bisogno di dirlo ma quel Roberto Saviano, sparato ovunque senza ritegno per il fatto che il film poi ha poco a che vedere con l'articolo in questione, lo rende necessario: Tatanka non centra nulla con Gomorra e con Garrone. Il cinema di Matteo Garrone è tutto delocalizzante (va in loco a riprendere persone vere in posti veri ma con l'idea di farli sembrare tutt'altro, un'astronave, un western...) mentre Gagliardi è decisamente più tradizionale nel suo posizionarsi in una periferia campana generica e qualsiasi.
Allo stesso tempo però Tatanka non può non risentire di Gomorra (come tutto il cinema dei prossimi anni in materia) e ne incorpora molte idee dalla musica neomelodica che accompagna la colonna sonora, al tipo di fotografia. Ma con altre finalità.

Il film è una storia di pugilato, un classico del cinema con tutti i relativi topoi. L'allenatore che tira fuori dalla strada un ragazzo problematico (Giorgio "100 film l'anno" Colasanti), le vecchie amicizie che tornano sempre a riportare il mondo della malavita nella vita del protagonista, la riuscita individuale attraverso il sudore e la vita della volontà sulla carne.
Le scene di boxe non sono ottime, ma non è lì il punto. Purtroppo questo non è nemmeno nel rapporto personaggi/paesaggio, che poteva essere interessante, nè infine il punto sembra stare nel rapporto che il protagonista ha con il suo percorso di purificazione (com'è in The Fighter). E questo è il principale limite di un film che parte molto bene, ha la grande intuizione di usare Clemente Russo, protagonista del film e della storia vera, è ben scritto e ben girato ma poi finisce schiacciato dalle esigenze di rispetto della vera storia.

Monday, May 9, 2011

Red (id., 2011)di Robert Schwentke

Stavolta sono ex agenti CIA. Neanche è cominciato questo periodo di cinema d'azione all star, di gruppo che già mi ha rotto. Tante star incastrate in un film che mette una banda di fronte alla missione estrema, in cui rivedere le aspettative della propria vita ma che non segna nulla di definitivo tenendo le porte aperte per i sequel. Red in più aggiunge la retorica geriatrica dei vecchi leoni che tornano a ruggire, ormai un must per la carriera del renitente Bruce Willis.

L'idea sarebbe quella di creare un'occasione per divertirsi, cioè quel misto di azione e comicità data dall'unione tra quotidiano ed eccezionale. Ormai pensionati, alcuni dei migliori uomini di una sezione della CIA si ritrovano insieme per un'ultima missione poichè il loro capo si è innamorato di una ragazza "comune", proprio quando qualche amico di vecchia data torna a trovarlo. Dovranno ribellarsi contro la stessa agenzia d'intelligence governativa americana portandosi appresso la "zavorra".

Quindi oltre al cinema dei "tanti e virili" Red (acronimo di Retired and Extremely Dangerous) propone anche qualche suggestione dal decisamente più riuscito Innocenti Bugie. La ragazza comune di colpo coinvolta in un ambiente da cinema, fatto di spionaggio, viaggi, travestimenti, sparatorie e complotti impossibili.
Se però nel film Cruise/Diaz, il tutto era gestito con un velo di ironia appena percettibile (che con sobrietà dava dell'idiota all'eroe ed esaltava la "salvata") Red invece è una continua esaltazione maschile a scapito della donna. E anche l'unica signora nel gruppo di soldati (Helen Mirren totalmente fuori parte) è a tutti gli effetti un uomo in gonnella.
Unico scampolo d'ironia, la scena (presente nel trailer) di Bruce Willis che esce da una macchina in testacoda. Così lo sapete prima.

Thursday, May 5, 2011

Beastly (id. , 2010)di Daniel Barnz

L'idea è fare La Bella e La Bestia per un pubblico twilighter. Più o meno. Ma l'idea era anche con tutta probabilità "metterci meno di una settimana compresa la fase di scrittura". Il risultato è uno dei film più ridicoli dell'anno, una pellicola dotata di quella rara dote che hanno solo i migliori brutti film: essere involontariamente esilarante ogni 5 minuti.

Il problema principale, se proprio si vuol fare i seri, sarebbe la sceneggiatura, che sembra scritta da Jon Bon Jovi per un suo videoclip del 1993. Siamo dalle parti dei pensieri urlati in ogni scena e delle rondini che fanno primavera, gli indizi che rivelano le loro cause fuor da ogni dubbio e degli incubi di qualsiasi reginetta del ballo!
Ma non solo il modo in cui il senso del film viene portato avanti ("la bellezza esteriore è un valore effimero, quella interiore è tutt'altra cosa e va maturata!", yeah) ma anche la mancanza di audacia con la quale tutta la storia è raccontata fanno di Beastly un capolavoro dell'autoflagellazione.

La bestia, cioè il protagonista soggetto a maledizione, non è mai veramente tale. Più che una persona brutta sembra un dj di musica elettronica della Germania dell'Est, una visione più modaiola di sè che per altro non è così differente da essere irriconoscibile. Tra la versione bella e quella bestiale del protagonista passa la stessa differenza che c'è tra Pippo e Super Pippo, eppure nessuno lo riconosce, ed ogni tentativo di rincorrere l'idea di Twilight (allontanare la soddisfazione sessuale aumentando lo struggimento) si infrange contro l'esposizione di un'estetica emo invece che l'utilizzo dei suoi valori.
Neil Patrick Harris credo si sia scritto tutto da solo.

Monday, May 2, 2011

L'altra verità (Route Irish, 2011)di Ken Loach

Quando fa così gli meneresti. Esiste tutta una parte della filmografia di Ken Loach che è letteralmente divorata dall'impegno. Come se in preda ad una furia ecumenica, ad un senso di giustizia a mezzo filmico il regista mettesse in piedi (assieme sempre a Paul Laverty) film che non hanno senso se non per il tema che denunciano.
L'altra verità, fin dal titolo, si inscrive in quella dimensione. Un cinema asciugato di ogni possibile originalità o specifico, per andare a raccontare una storia di guerra, sopruso, inganno e violazione del comune senso di giustizia.

Arruffato e incasinato L'altra verità vuole a tutti i costi denunciare tutto e tutti. La guerra, chi vi prende parte ma anche chi si ritiene dalla parte dei buoni. Non c'è modo corretto di approcciarsi o di viverla e anche quando si cerca di fare del bene o raddrizzare dei torti, si sbaglia.
In particolare poi L'altra verità prende di mira il tema dei contractor (il privato che si sostituisce al pubblico) e dell'uso della tortura per l'estrazione delle informazioni. E se non stupisce certo che Loach si dedichi alla condanna di una situazione in cui la logica del profitto intacca lo scopo umanitario e la solidarietà tra uomini di pari ceto, è disarmante come il regista di Looking for Eric dimentichi di farci un film intorno!

Tutte le consuete abilità nel delineare personaggi incastrati in situazioni che vedono il contesto influire sul singolo sembrano dimenticate. Loach cerca la grande storia nelle piccole storie ma non manca di contaminare tutto con un sentimentalismo alla buona. Mani sulle porte a vetri per simboleggiare il dolore (?!!?) e messaggi in segreteria telefonica ascoltati mille volte.
Io davvero non lo so che gli prende quando fa così....

Thursday, April 28, 2011

Fast Five (id., 2011)di Justin Lin

La stranissima saga di Fast & Furious ha visto un cambio di marcia dal terzo capitolo in poi, quello che con la deviazione giapponese priva di star doveva sancirne il definitivo salto dello squalo e quindi la morte. Invece che terminare con un buco nero di incassi la serie ha ripreso fiato e trovato un regista, Justin Lin, capace di infondere interesse e adrenalina anche in una storia che davvero non aveva motivi di averne.
A lui dunque anche il capitolo successivo, quello del ritorno di Vin Diesel e ora questo quinto. Entrambi in grado di rimettere a posto la saga come uno dei franchise più solidi e onesti del panorama contemporaneo. Azione vera, diretta alla grande, senza velleità e con grande coscienza della storia di questo genere.

Il quinto episodio è una sorta di Expendables, anzi sarebbe più corretto dire "I Mercenari prendono la patente B". Dominic Toretto infatti, scappato con il suo sodale in Brasile, chiama a raccolta per un ultimo grande colpo (ma chi ce crede??) amici e colleghi dai precedenti 4 film. Da Tyrese Gibson (2 Fast 2 Furious) a Sung Kang (Tokyo Drift) da Gal Gadot a Ludacris e Matt Schulze. Mancano solo Eva Mendes e Michelle Rodriguez ma dopo i titoli di coda anche questo è spiegato.

La sorpresa è che Justin Lin mescola e amalgama tutti questi protagonisti in un vortice d'azione trovando un equilibrio tra le parti migliore e più scorrevole di quello di Stallone (che però poi ha un cuore che sta ad altri livelli proprio). Fast Five è un film esagerato, fracassone e soddisfacente come non è mai facile riuscire a fare. Contrappone alla fisicità al limite del bolso di Vin Diesel (che si rimbocca la canotta sotto i pettorali), quella molto più monoespressiva (e quindi più in parte) di The Rock, creando un momento di confronto all'altezza delle alte aspettative.
Justin Lin è davvero uno dei pochi registi d'azione pura contemporanei che sa cosa fare in ogni momento, ha un controllo "muscolare" del ritmo della pellicola che gli consente di abbinare la forza distruttiva degli eventi dipinti con un montaggio rapido e sempre lucido. Ha l'arroganza di saltare a piedi pari molti momenti, riuscendo poi a suggerire cosa non si sia visto con l'attacco di montaggio successivo. I film di Lin sono come valanghe che distruggono tutto ma rimanendo all'interno della loro pista.

Tuesday, April 26, 2011

Angèle e Tony (id., 2011)di Alix Delaporte

Esiste un genere che non è genere nel cinema francese, quello dei film d'ambito derelitto. Vite ai margini della città, ai margini del benessere e ai margini della legalità. Storie solitamente tragiche, filmate con macchina a mano e messa in scena sobria. Ma soprattutto film che, dietro un apparente realismo, mettono insieme personaggi totalmente irreali senza che questo infici la godibilità del film.

Angele e Tony sono due disperati, a modo proprio. La prima si è fatta un passaggio in galera e per questo non ha l'affidamento del figlio (momentaneamente parcheggiato dai nonni), il secondo gestisce una compravendita ittica ed è drammaticamente solo. La loro unione, prima di convenienza, può diventare la risposta ad entrambi i malesseri.
Con il chiaro ed evidente obiettivo di raccontare il paesaggio e la società prima che la storia (molto esile) dei due protagonisti, Angèle e Tony, risponde in pieno ai canoni del film d'ambito derelitto. Sebbene contaminato da una poco usuale speranza, lo stesso mette in scena famiglie e personaggi indigenti ed ignoranti con la consueta espressività poetica. In questo come in altri film del genere i pescatori non urlano e non sbraitano davanti a polemiche o difficoltà, non hanno atteggiamenti ignoranti nè sono particolarmente veraci. Anzi. Dal primo all'ultimo sono caratterizzati da una calma compassata e da una tendenza alla riflessione silenziosa più appropriati alle classi snob che a quelle spontanee.

La forza del film è però di fare di quest'irrealismo una caratteristica e non un difetto. I personaggi totalmente di fantasia funzionano più di loro eventuali controparti reali, suggeriscono invece che mostrare apertamente e pur non rispecchiando le cose come stanno riescono lo stesso, per allusione, a parlare di stati d'animo.
Non è un modo di raccontare diretto, che mostra un microuniverso per quel che è, ma un modo di filtrare un'idea di quel microuniverso per renderla in grado di parlare a molti altri.

Thursday, April 21, 2011

Il sesso aggiunto (2011)di Francesco Antonio Castaldo

Era da tempo che non si vedeva un film come Il sesso aggiunto. Quasi mi mancavano queste vaccate boriose all'italiana.
Il sesso aggiunto rientra in un filone ben preciso del nostro cinema, un tipo di film che lo spettatore normale, e sotto i 70 anni, bene o male non conosce (per fortuna sua), perchè escono in poche sale rimanendo programmati per pochissimo, non girano per nulla in Home Video nè tantomeno sulle reti satellitari ma vincono premi oscuri in Festival mai sentiti. Non girano nemmeno sui circuiti pirata e questo perchè semplicemente sono film brutti e non prodotti da una major. Non si tratta infatti di quei film brutti ma efficaci, opere furbe, semplici e superficiali che si lasciano guardare da spettatori disillusi sull'entertainment. No, sono proprio brutti e basta. Senza senso e difatti senza pubblico.

Ecco Il sesso aggiunto ha tutte le caratteristiche del genere cui appartiene. Innanzitutto una trama dai contenuti "importanti", in questo caso la droga; secondo, una scrittura di forte impronta letteraria, al limite del "poetico" accompagnata da una recitazione di forte stampo teatrale; terzo, un atteggiamento dei singoli comparti tecnici in delicato equilibrio tra la competenza e la mancanza di direzione. In questi film tutti sembrano aver lavorato da soli, dando il massimo ma privi di una guida. Le luci sono ben messe ma solo per far vedere se stesse, la musica è onnipresente (qui è Piovani) e struggente, i costumi sono rifiniti ma esagerati. Tutto è caricato come la recitazione, piena di sguardi nel vuoto e momenti intensi. Momenti intensi in tutto il film! Dall'inizio alla fine.

Ma se davvero si dovesse trovare una caratteristica sola che distingua questo genere, beh allora sarebbe l'implausibilità. Nonostante il buon lavoro tecnico tutto il film non sta in piedi nemmeno a volergli bene. E non gliene si vuole! Spacciatori dalla faccia pulita, dialoghi alti in bocche basse, bambini deficienti, ricordi con la calza, moralismi senza remore, colpi di scena annunciati e tutti i personaggi che operano "profondissime" riflessioni sempre rigorosamente a voce alta benchè stiano da soli.
Il momento "Ok, mi alzo e me ne vado" di Il sesso aggiunto è quando ci si "sballa" (dimenticavo l'utilizzo di un linguaggio ggiovane per descrivere i ggiovani) in macchina urlando su un sottofondo di musica techno. Un po' un evergreen del genere.

Da non dimenticare infine l'ultima tragica caratteristica di questi film: l'accanimento della produzione e/o distribuzione contro chi ne parla male. Preferibilmente nei commenti ma anche via mail se è necessario.

Se sei così ti dico si (2011)di Eugenio Cappuccio

Raramente ho visto tanto disprezzo per la tecnologia del green screen. Raramente ho visto un uso tanto smodato e incompetente dei trasparenti. Raramente infine un racconto sulle mistificazioni dello spettacolo, la vita combinata all'arte e la lenta risalita della china di un uomo che è tramontato prima di poter dire tutto quel che aveva da dire, è stato portato in immagini con così poca immaginazione.

La storia è quella del cantante-meteora ora pizzaiolo, richiamato per una serata su Rai1, che nella sua breve permanenza a Roma incontra la modella del momento e viene da lei condotto ad una festa in America per cantare al compleanno di quella che si intuisce essere la sua ragazza (ma perchè si deve intuire se non è una cosa scandalosa??).
L'idea è che benchè alla fine nulla cambi per il pizzaiolo, in questo modo avrà avuto modo di dire la sua, cioè cantare la canzone che nessuno gli aveva mai fatto cantare e così "vincere" sul proprio passato, affermando, prima di tutto a se stesso, di essere migliore di come lo avevano dipinto. Dall'altra parte c'è Belen e il mondo dello spettacolo vero, a molti zeri e molti flash. Su tutto un senso d'effimero felliniano condito con luci decadenti.

Si sarebbero fatti questi paragoni se Cappuccio non fosse stato aiuto regista sul set di Ginger e Fred? Non lo so e non mi interessa. Il film è brutto e mal diretto. Italiano nelle sue componenti peggiori, snob e arrogante nel suo pretendere che alla fine tutto rimanga uguale ma il protagonista abbia compiuto un viaggio prima di tutto interiore.
Cappuccio non sa immaginare una dimensione visiva per questo suo racconto benchè ci provi a piè sospinto e vuole riprendere il culo di Belen ma in maniera intellettuale. Quasi un atto in malafede.
E se il pessimo uso dei green screen non può essere indicatore diretto di un brutto film, lo stesso voglio prendere quest'elemento a sineddoche per il resto. Perchè c'è un limite alla trascuratezza.

Un post a parte andrebbe fatto sulla campagna ingannatoria montata attorno al film. Dal titolo fino ai poster che cavalcano un'idea di commedia leggera e sentimentale di cui in sala non si trova traccia.

Tuesday, April 19, 2011

Rio (id., 2011)di Carlos Saldanha

Rio dimostra che soggetto, ambientazione e possibilità non cambiano molto nella gestazione di un lungometraggio d'animazione. La squadra responsabile (civilmente e penalmente) per la trilogia di L'Era Glaciale, cambia sponda e passa ad un film ricco, assolato e colorato ma ugualmente povero, freddo e grigio.
Rio fa sfoggio di una potenza di calcolo non indifferente, esagera in colori e scene di massa riuscendo in più d'un momento ad impressionare ma mai a coinvolgere.

Con un'ottica e delle idee sempre meno personali e sempre più disneiane d'annata (pure le canzoni c'avete messo!), Saldanha imbastisce un film tutto mossette, animali antropomorfi e gag fisiche senza fantasia. Gli uccelli che ballano dovrebbero far ridere e la ricerca di libertà da parte di un pennuto (il volo come metafora) dovrebbe commuovere.
Rio non ha davvero nulla di proprio e autonomo, nè qualcosa di realizzato a regola d'arte. Il Brasile stesso, patria del regista, è visto con gli occhi del turista e ripreso nelle sue dimensioni più stereotipiche (la corsa in moto nelle favelas!!), un paese che in qualsiasi momento si arrivi sta per iniziare il Carnevale.

Qualsiasi cosa possa venire in mente di interessante a partire da uno spunto che racconta di un uccello, ultimo rimasto della sua specie, che cresce nel freddo Minnesota e trasportato a Rio si perde nel suo paese Natale per poi ritrovare se stesso, è trascurata. Alle volta sembra che davvero l'unico scopo della complessa macchina messa in moto, per un film dai tempi di rendering infiniti, sia mostrare animali che ballano come umani che sculettano.
C'è anche un momento in cui tutto sembra perduto ed un personaggio sta per essere portato via lontanissimo, ad una distanza senza speranze. Ecco in quel momento si pensa a cosa avrebbe potuto fare la Pixar e si tocca con mano il divario, non tanto con la casa di Lasseter (irraggiungibile per definizione) quanto con il cinema decente.

Thor (id., 2011)di Kenneth Branagh

Non potremo dire che non ce lo aspettavamo. Il Thor di Kenneth Branagh è praticamente quello che in molti avevano previsto sarebbe stato. Un film d'azione diretto da una persona che non si intende molto di azione e un film di rapporti interpersonali tra nobili regali che è quasi obbligato a strizzare l'occhio alle dinamiche da opera shakespeariana.
Sorvolando sulle motivazioni che possono aver spinto Branagh a prendere le redini di un simile progetto, il risultato sembra in linea con la filosofia dei Marvel Studios, garantire un livello medio a tutti quei film che, com'è fisiologico, non spiccheranno per nessuna caratteristica. E così è per Thor.

Organizzato con la più consueta delle sceneggiature che ruota intorno ai più consueti dei personaggi (mica quel fico, bastardo, metatestuale di Tony Stark), Thor racconta di un figlio che delude il padre per la troppa foga di compiacerlo, di un esilio in Terra in cui si innamora di una mortale (quindi appartenente ad un mondo diverso), di un ritorno per vendicare la morte del suddetto padre e di una battaglia scatenata dalla follia di un regnante. Da Romeo a Giulietta, fino ad Amleto passando per Macbeth. Branagh piega la sceneggiatura per adattarla all'idea che si ha di lui, che invece nella realtà non è solo Shakespeare ad oltranza.

Il risultato è quindi, da una parte uno Shakespeare annacquato, dall'altra molte parti d'azione girate con un'idea di action vecchia di decenni. La location (il New Mexico) vuole guardare alla fantascienza anni '50 e richiamare echi di Rosswell e Area 51, ma scenografia a parte punta tutto su inquadrature sghembe e grandi deserti come fossimo nel 1992.
Il senso è quello di un progetto un po' antico già nelle sue fondamenta e realizzato senza una conoscenza sufficiente del genere in questione. Di tutta l'epica profusa nelle relazioni interpersonali su Asgard, non c'è poi traccia sulla Terra e soprattutto non ce n'è traccia nelle scene d'azione. Tutte le grandi cavalcate e gli scontri "galattico-deistici" dovrebbero avere il respiro dei grandi momenti di cinema e sono invece girati senza idee, avendo la resa dei peggiori B movie di fantascienza.

Friday, April 15, 2011

Limitless (id., 2011)di Neil Burger

L’ultima pillola in grado di cambiare la vita che si ricorda nella storia del cinema era rossa. O blu. A seconda della scelta. Ora la pillola al centro di Limitless è bianca ed ha un nome da farmaco (sebbene non sia proprio una di quelle medicine che si comprano con ricetta): MDT.
L’MDT amplia di colpo le tue capacità celebrali ma non si tratta di nulla di soprannaturale, anzi. Una sola dose fa in modo che per poco meno di 24 ore il cervello sia in grado di organizzare tutte (ma proprio tutte!) le informazioni che già possiede in maniera efficiente e quindi a metterle in connessione per trovare nuove risposte. Significa risolvere un problema mettendo insieme un pezzo di telegiornale sentito a 5 anni, una pagina di libro letto di sfuggita in libreria e parte di una lezione ascoltata distrattamente all’università. Ma significa anche imparare molto più velocemente e con più efficacia e avere una visione chiara di tutto quanto. In pratica l’uomo più intelligente e svelto che sia mai esistito. Senza contare l’effetto che tale intelligenza ha sulle donne.
Ovviamente l’MDT ha qualche lieve effetto collaterale. Se esageri muori, se smetti, muori.

Il film di Neil Burger viene da un libro (The Dark Fields di Alan Glynn) e si vede, nel migliore dei sensi. Il modo di raccontare e di procedere del film prende dalla letteratura le sue componenti migliori. Personaggi raccontati a fondo, situazioni originali e ben delineate, eventi a cascata ed incastro, uno sviluppo coerente e dettagliato fin nel minimo particolare e personaggi di contorno degni di nota (il mafioso violento e ignorante sotto MDT è impagabile!).
La vera ciliegina sulla torta però è il protagonista, lo scrittore fallito che non sfrutta il suo potenziale e diventa il migliore degli uomini possibili (“Funziona bene con chiunque ma funziona meglio se sei già sveglio di tuo” gli dice l’orrido ex cognato prima di dargli la prima pasticca). Il drogato di MDT che ha un progetto più grande degli eventi che vive ma che rischia di non vivere abbastanza o di non avere sufficiente MDT per realizzarlo.
Bradley Cooper, trova il suo ruolo perfetto, battaglia con De Niro suo rivale/socio in affari (“Non sarai mai meglio di me perchè non hai dovuto leccare ogni gradino della scala da salire o sposare la donna sbagliata con il padre giusto per arrivare fin qui!”) e quando prende le sue pillole, l’otturatore della macchina da presa si apre saturando i colori e diventa la quintessenza dell’uomo moderno, dal pieno controllo di sé e del suo destino. Almeno fino alla prossima dose.

Inoltre Limitless merita una visione per come sia un segno ulteriore dell’ingresso (finalmente!) in una nuova fase della fantascienza (questa volta il termine è proprio da intendere in senso letterale), quella dell’era di internet, in cui la tecnologia e il modo in cui l’uomo è visto in relazione ad essa sono figlie del digitale.
L’organizzazione dell’informazione è il problema principale dell’essere umano in Limitless ed è noto che è il problema principale di internet, la rete delle reti che funziona come un cervello in cui ogni punto (o peer) è come una sinapsi e in cui c’è tanta di quell’informazione che la questione non è la sua esistenza quanto la sua effettiva reperibilità.
Pensiamo sempre ad internet con la metafora del cervello. Limitless pensa al cervello applicando la metafora della rete e delle sue informazioni, cioè spiega l’umano attraverso il tecnologico. Esattamente il lavoro della migliore fantascienza.

Thursday, April 14, 2011

Habemus Papam (2011)di Nanni Moretti

Moretti parla solo di quel che conosce. Da sempre. La politica, lo sport e se stesso. Usa di volta in volta ognuno di questi tre elementi per parlare degli altri due. Ha fatto film psicanalitici fin dall'inizio, ad un certo punto ha cominciato anche ad interpretare uno psicologo, ma di fatto poco è cambiato. L'idea è sempre di guardarsi dentro e farlo in una maniera così indeterminata e sentimentale che, come nel cinema migliore, ognuno può completare quel disegno con le proprie ansie, paure o speranze. Bianca è uno dei film più amati tra quelli noti e celebrati, esce in ogni discussione rivelando di aver toccato tutti in maniere profonde e differenti. Habemus Papam ha lo stesso modo di suggerire stati d'animo e scatenare empatia personale. Lui parla di sè in maniera così universale e allegorica che noi abbiamo spazio per pensare a noi.

Habemus Papam è un film finalmente bello e difficile, parlarne ora a caldo è stupido ma anche irresistibile. Lo spoiler è minimo. Ci sono due filoni con due protagonisti che si incrociano solo all'inizio. Il primo è il Papa in crisi, il secondo è lo psicologo chiamato ad aiutare. Il primo è il filone drammatico di un uomo in difficoltà, che deve guidare altre persone che la pensano come lui e che da una vita reclusa cerca risposte all'aria aperta, girando per la città. Il secondo è il filone comico di un uomo normale che fa una vita normale e viene rinchiuso in Vaticano con i cardinali (perchè sa il nome del Papa e non deve rivelarlo fino all'ufficializzazione) in un mondo di assurdità.
In più ci sono i cardinali, un ensemble in cui si notano almeno 30 anni di caratteristi italiani, che fa la parte di chi quel leader lo nomina e ci si affida.

La prima stranezza spiazzante è che il motivo che genera l'entrata in scena del personaggio di Moretti decade da subito. Chiamato a curare il Papa si accorge di non poterlo fare, serve qualcuno che non sappia che lui è il Papa. A quel punto in un film normale quel personaggio dello psicologo sarebbe scomparso, non avendo più nessuna economia nella storia, mentre in Habemus Papam la sua vita reclusa con i cardinali costituisce metà del film. La metà comica, altra stranezza. Moretti riserva per sè solo le gag, le incombenze serie le lascia a Piccoli.

Dall'altra il Papa, come le monache di Narciso Nero e come il Michele di Bianca, sottoposto a stress crolla e gli ritornano in testa i motivi d'infanzia, le passioni giovanili e la volontà di mollare tutto. Il film si svolge tutto tra preti, cardinali e cerimonie ma del Vaticano sembra non importare niente a Moretti, al pari di come non gli importava la religione o del sacerdozio in La messa è finita.

C'è un uomo che deve guidare delle persone che la pensano come lui e a cui serve una figura di riferimento, quest'uomo non è adeguato, non ce la fa. A quel punto i cardinali, cioè il suo partito, come si comporta, che farà?
Forse è deformazione morettiana ma è difficile non considerare in questo film tutto quello che nel film non c'è. Il paese e la politica. C'è un momento in cui devono prendere una decisione importante riguardo questo leader inadeguato e proprio lì, davanti a quella decisione su cui non può fare niente e di cui è sempre sembrato importargli in fondo poco, vediamo per un secondo lo psichiatra sinceramente abbattuto e disperato. E' un momento sorprendentemente triste per un personaggio fino a quel momento quasi clownesco e sembra insomma per un attimo di non guardare lo psicologo ma Nanni Moretti, disilluso e triste di fronte al reiterarsi di una guida assente e un partito geriatrico che fa fronte a tutto ciò con testarda opposizione.

Scream 4 (id., 2011)di Wes Craven

Il problema di Scream credo sia endemico. Non è Craven che si è rincoglionito, nè Williamson che ha perso smalto o la serie che è stanca, è proprio il carattere, le dinamiche, la maschera nel senso letterale del termine ad aver perso in 15 anni i propri significati a furia di abusi e violenze linguistiche. Tonnellate di parodie, emuli stanchi e l'entrata in un certo tipo di immaginario collettivo hanno totalmente svilito il format e il concetto alla base di Scream e di fatto oggi un film simile è inguardabile.

Anche il primo della serie, opera fulminante, paurosa per davvero, piena di idee di terrore originali, divertente e intelligente, vista oggi non ha il medesimo effetto. Troppe le parodie per avere ancora paura di una delle trovate visive più geniali degli ultimi 20 anni (un abito nero da morte e una maschera bianca come L'urlo di Munch). Così Scream 4, nonostante inizi con il migliore dei pigli possibili (autoreferenzialità, metatestualità spinta, moltissima ironia, moltissima originalità), muore nelle sue ossessioni e nell'esigenza di fare nuovamente il punto della situazione.

L'ultimo grande filone di Wes Craven è sempre stato un finto slasher-horror che in realtà maschera la struttura più vecchia del mondo: il giallo whoddunit. Nonostante come in tutte le saghe storiche l'assassino sia una figura fissa (ghostface), in realtà dietro la maschera ogni volta c'è una persona diversa, ogni volta un insospettabile membro della comunità. Tutti sono sospettati e lo sceriffo Linus è la principale fonte di immedesimazione, colui che deve risolvere il caso.
Craven stesso tratta Scream come un giallo in cui, dopo ogni omicidio, lascia finti indizi, cerca di instradare o depistare a sufficienza lo spettatore, puntando su dinamiche da Agatha Christie.
Nel quarto episodio rimane dunque solo questo, solo la curiosità (vaga) di trovare il colpevole e capire chi morirà. Il resto sono le solite considerazioni sullo stato odierno del cinema di paura e un sacco di corse e rincorse con la maschera indosso che non riescono ad evitare l'effetto Scary Movie.

Wednesday, April 13, 2011

C'è chi dice no (2011)di Giambattista Avellino

Il raccomandato al cinema esiste da sempre ed è sempre stata una figura negativa, che distrugge sogni e ruba il merito, quasi uno spauracchio per l'età adulta. Esiste nei film degli anni '50 come in quelli degli anni '70 e quelli moderni. La differenza con C'è chi dice no è che stavolta il raccomandato non è una figura paradossale ed estrema, talmente malvagia e gretta da non scatenare immedesimazione in nessuno, questa volta il raccomandato o i raccomandati sono così tanti e di così tante tipologie da risultare più simili al pubblico che guarda il film.

Ecco perchè, nonostante C'è chi dice no sia un film che per ampi tratti è scritto, recitato e pensato come una fiction televisiva e si nutra di ingenuità e banalizzazioni favolistiche al limite del tollerabile, lo stesso riesce ad avere dei momenti di inattesa sincerità.
Forse è più per demerito degli altri che per merito proprio, sta di fatto però che con tutto il suo politicamente corretto e buonista, il film di Giambattista Avellino disegna comunque una serie di raccomandati, segnalati e "piazzati" da cui non si scappa e da cui è difficile evitare l'identificazione per chi rientra nella categoria.
Non penso tanto al pubblico del cinema, quanto a quello dell'Home Video (esiste ancora?), delle televisioni a pagamento e via dicendo. Vedendo il film è difficile non pensare a quale reazione possa avere una certa tipologia umana vedendo un film che gli punta un dito contro in maniera diretta e la riempie di insulti, caricandola di responsabilità a nome della comunità.

Responsabilità certo che forse sono anche eccessive e sfociano nella solita autoindulgenza. Guardando infatti all'altra tipologia di pubblico, quello che vede il film e si identifica con il vessato, come al solito c'è un'esaltazione delle normalità ed un'esternalizzazione delle colpe. I protagonisti sono fenomenali studiosi e incredibili giornalisti, distrutti da un sistema. Non è colpa mia, io sono bravo, è che i raccomandati mi fregano. Quando il punto dovrebbe essere che anche il non bravo, il medio, il normale dovrebbe avere diritto a non vedersi sorpassato, non solo il genio.
Non lo si dice per ecumenismo o senso di giustizia globale, quanto per il fatto che C'è chi dice no in questa maniera cavalca la tendenza di tutti a scaricare la propria responsabilità dai fallimenti personali per attribuirli sempre e comunque, che sia vero o meno, ad un sistema che è etichettato come "pieno di raccomandati" a prescindere, e dove ogni mancanza del singolo si scioglie davanti all'ingiustizia che arriverà, giustificando ognuno a cercare una propria raccomandazione perchè "altrimenti il posto va ad un altro raccomandato, quindi...".

Friday, April 8, 2011

Source Code (id., 2011)di Duncan Jones

POSTATO SU
Al suo secondo film ha già una poetica, uno stile e dei punti fermi. Duncan Jones (ex Zowie Bowie) è uno dei pochi registi in attività al momento, esplicitamente dedicati alla fantascienza intesa come "influenza sull'uomo di scenari futuri". Con Moon aveva dimostrato una forza di volontà una visione e una determinatezza nel raggiungerla che metteva quasi paura per essere un esordio. Con Source Code (che non è un progetto interamente suo ma gli è stato affidato) ripete molta della sua poetica e riesce clamorosamente a dimostrarsi migliore del film che ha girato. Anche questo è un film i cui presupposti sono poco spiegati (chi tira le fila di tutto? il mondo sa della tecnologia alla base del film? com'è stato selezionato il protagonista?) e anche stavolta c'è un uomo che lavora in totale solitudine scoprendo di non essere quel che crede di essere. Per vincere dovrà battersi contro il sistema, dovrà cioè completare la missione di ogni film di fantascienza: affermare la vittoria dello spirito sulla materia.

Jones è bravissimo e Source Code è un film buono che poteva essere un disastro nelle mani di qualcun altro. Ha una storia d'amore molto difficile da rendere credibile, un meccanismo (il protagonista rivive continuamente i medesimi 8 minuti nel tentativo di trovare un attentatore) che con poco può sgravare nel ripetitivo e noioso o nell'imitazione dell'indubbio modello che è Ricomincio Da Capo e infine dei personaggi risaputi. Jones riesce a superare ogni difficoltà, gira gli 8 minuti ogni volta in maniera diversa (cosa che da sola rimanda ad un mondo di universi paralleli e simili ma non uguali), rende il protagonista un personaggio credibile con sentimenti credibili e trova il modo di infondere umanità e quel senso di timore e fascino per il futuro che ha la vera fantascienza.
Se Moon quindi è un film migliore di questo Source Code, è invece qui che Jones compie la vera impresa.

In questa storia di morte e rinascita continua, finalizzata a compiere una missione, c'è tutto il senso della narrazione videoludica moderna, ovvero prendere soluzioni, idee e modo di raccontare dei videogiochi (e non "stile visivo") per adattarle ad un racconto filmico. Se ogni film giallo in fondo è un gioco ("Trova l'assassino"), questo è un vero videogioco raccontato come film.
Source Code, anche dal titolo, parte dall'idea di Matrix e finisce nel pieno della fantascienza anni '70 (basta anche solo quell'ambientazione claustrofobica, bagnata e al limite del gotico tra Scott e Gilliam). Che non è poco.