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Tuesday, January 11, 2011

Vi presento i nostri (Little Fockers, 2010)di Paul Weitz

POSTATO SU
La serie di "Ti presento i miei" è il classico esempio del franchise andato male per eccesso di sfruttamento (se ci fosse un manuale di produzione cinematografica starebbe assieme a I pirati dei Caraibi nel capitolo titolato "Produrre come se non esistesse un domani"). Lo schema è: dopo un primo capitolo bello e di successo, nel secondo se ne estremizzano gli elementi che si sono rivelati di successo, si aumentano le partecipazioni importanti e inevitabilmente se ne svilisce il valore.
In controtendenza con quella che sembrava una piega inevitabile però, il terzo film che contrappone Stiller/De Niro recupera un po' del divertimento originale senza arrivare a quelle vette, anche perchè nessuno dei coinvolti, specie Ben Stiller, sembra più così in forma e pieno di voglia di fare come allora.

Cambiano il regista (non più Jay Roach) e alcuni membri del team di scrittura, si riducono in termini di importanza, sebbene aumentino per numero, le partecipazioni (Dustin Hoffman, Barbra Streisand, Laura Dern, Jessica Alba e Harvey Keitel hanno poco spazio) e ci si concentra su quella che era l'idea originale: un povero marito, di natura non eccezionale, che ha come suocero un ex della CIA con il mito del meglio per sua figlia.
Sebbene qualche gag sia un po' forzata e sembri non profondere nessun impegno nell'ideare incastri in cui il genero involontariamente fa brutta figura o danneggia il suocero, la maggior parte del racconto tiene di nuovo presente quello che era la base del successo del primo film: un meccanismo complesso che incastri il protagonista con la medesima ineluttabile sfortunata casualità che si riscontra nella realtà.

La cosa più curiosa è come il film recuperi un certo citazionismo per i classici del cinema (soprattutto di generi che non sono la commedia) che era la regola nella prima metà degli anni '00 e che ora si è (fortunatamente) abbandonato.
Vedere riferimenti all'inseguimento in metropolitana di Il braccio violento della legge o alle scene di suspense di Lo Squalo, provoca uno strano effetto deja vù. Il ricordo però non va ai film citati quanto ai film che facevano di quel citazionismo alla buona, continuo e un po' forzato la regola. La citazione che finisce per citare se stessa e non il proprio contenuto.

Thursday, April 15, 2010

Fantastic Mr. Fox (id., 2009)di Wes Anderson

POSTATO SU
Di tutti i film di Wes Anderson questo è il primo a non essere interamente suo. Fantastic Mr. Fox è un racconto di Roald Dahl a cui Wes fa il "trattamento Anderson": piega tutta la materia alle sue esigenze introducendo un pre, un post e allargando la parte centrale con personaggi e situazioni puramente adersoniani, riducendo i figli ad uno solo e introducendo un cugino talentuoso. A fronte di tutto questo però ci sono anche elementi che gli sono sempre stati estranei come i villain e lo showdown finale che vengono dal racconto. E questo solo a livello di trama.

Come sempre nei film di Anderson infatti sono i dettagli che nella loro interezza disegnano un'idea di mondo in maniera più marcata di quanto possano fare psicologie e fatti. In questo caso ci sono oggetti e mobili dalla vita e dalla residenza di Roald Dahl più il design e i vestiti di Anderson. Ma i colori, gli ambienti, la fotografia (il solito stile da strip comica molto schiacciato e a prospettiva fissa) e le musiche fanno ancora una volta la differenza rendendo anche empatici personaggi già interessanti. Il mondo di Mr. Fox, costantemente colorato come al tramonto, fatto di colori caldi e di una natura razionalizzata all'inglese, già esteticamente ha le caratteristiche della gabbia dorata e spinge all'animalità.

Fedele alla scuola truffautiana del film che si fa sul set, che "accade" nel momento in cui si gira nutrendosi del caso, della partecipazione di attori e troupe e dell'ambiente in cui ci si trova Anderson ha prima girato tutte le scene con gli attori nei luoghi veri (esterni in esterno, interni in interno, scene a tavola stando seduti a tavola e via dicendo) per registrare tutto il comparto audio avendo degli attori che recitassero in una scena e non davanti ad uno schermo.
Il risultato è che i suoni influenzano l'immagine, che si sentono gli aerei che passano e gli animatori sono costretti ad inserirli nell'immagine riuscendo a portare il suo stile realizzativo nella complessa macchina che è l'animazione.

Ma anche andando al di là di tutto questo (cioè delle scelte visive, di un processo produttivo inusuale e arricchito, della personalità del regista e via dicendo), Fantastic Mr. Fox è forse l'opera più compiuta di Wes Anderson quella in cui meglio emergono le sue caratteristiche e i suoi "tipi", quella in cui il padre della situazione è veramente in bilico tra cattiveria, freddezza e sentimentalismo, dotato di una morale ambigua e di sentimenti poco decifrabili, in cui la famiglia è un nucleo complesso e stratificato e in cui la dialettica del personaggio principale tra istinto e ragione si manifesta con una forza e un'irrisolutezza tale da coinvolgere e appassionare chiunque.
In modo che alla fine, l'incontro con l'animale selvaggio (grandissimo topos del cinema americano mai toccato da Anderson in precedenza) funziona moltissimo anche se è rivoltato dal fatto che ad incontrare l'animale selvatico questa volta è un altro animale, solo più civile.

Thursday, January 21, 2010

Drillbit Taylor (id., 2008)di Steven Brill

Quasi un anno esatto fa, parlando di Role Models, si diceva che alcuni film non dovrebbero passare per le sale, perchè hanno in altri tipi di fruizioni il loro terreno d'elezione. Ora, diversamente, ho visto Drillbit Taylor sulla pay-tv (anche se non in pay-per-view, non esageriamo) ottenendone una soddisfazione ampiamente superiore a quella ottenibile in sala.

Il film è assolutamente accomunabile a Role Models, ha la medesima trama (uno sbandato fa da guardia del corpo a dei nerd), la medesima dialettica di fondo (i nerd contro i bulli aiutati da persone peggio di loro che non credono in quello che fanno ma si ricrederanno), la medesima ideologia di fondo (il sincero disprezzo di tutte le autorità del mondo adolescenziale dalla scuola ai genitori) e la medesima onestà intellettuale (nonostante il lieto fine da commedia le figure parentali non saranno riabilitate e la vittoria non rende quel mondo di merda migliore, risolve solo un problema). E' la commedia stupida come dovrebbe essere sempre: stupida perchè sceglie di esserlo non perchè lo sia davvero.

Come Role Models infine Drillbit Taylor è molto migliore di quello che possa sembrare a prima occhiata anche se il tono leggero e l'assoluta convenzionalità di trama, svolgimento e messa in scena giocano contro di lui in una visione in sala.
E' una cazzata migliore di quanto non lo si possa pensare cominciando a vederlo, ma pur sempre una cazzata, non il tipo di prodotto che ci si aspetta dalla sala. Eppure allo stesso tempo è di gran lunga migliore del tipo di prodotto che ci si attende di beccare casualmente sulla pay-tv.

Monday, March 2, 2009

Io & Marley (Marley & Me, 2009)di David Frankel

POSTATO SU
Nonostante possa sembrare l’ennesimo film a tema canino che invade le nostre sale dopo Beverly Hills Chihuahua e Hotel Bau, Io & Marley è decisamente qualcos’altro. Qualcosa di molto meglio.
Parlo da non cinofilo, e quindi da soggetto che può considerarsi tra gli ultimi a lasciarsi coinvolgere in una storia d’affetti umani/cani, nonostante il mio status però a furia di semplicità Io & Marley è riuscito a fare breccia anche dentro di me.

La storia è molto basilare, una coppia decide di sposarsi, di trasferirsi e prima di fare il grande passo e avere dei figli prende un cane. Poi avranno dei figli, cambieranno città e tutte altre cose assolutamente ordinarie. Niente tradimenti iperbolici, niente intrecci complessi, niente crisi matrimoniali insolvibili o sentimenti esasperati. L’incredibile forza di Io & Marley è di parlare di umanità attraverso la storia di due persone che non hanno nulla di eccezionale ma sono ritratti magnificamente.

In tutto questo il cane del titolo è un elemento portante, è l’elemento in base al quale tutto il loro mondo si misura. Di tutto il racconto è la parte più iperbolica: si tratta di una bestia vorace, grande, grossa, disubbidiente, inarrestabile, incontenibile, facilissima da odiare ma comunque sempre amata.
Il senso dello scorrere del tempo, del mutare, del doversi adattare e tutto quanto comporti una vita insieme è vissuta con la metafora del cane, dei suoi problemi, delle sue esigenze e dei guai che comporta e a lui sono associati i momenti più emotivi, più intimi e riflessivi.

Peccato davvero per un finale eccessivamente sentimentale (quando il resto del film non lo è mai palesemente) ed eccessivamente tirato per le lunghe. Una fine secca sarebbe forse stata più adatta ad un film che ha proprio nell’asciuttezza di linguaggio (che non vuol dire mai semplicità) il miglior pregio.
Per temi, ritmo ed esiti forse è più un film da fruizione casalinga che cinematografica (e la cosa non suoni come un declassamento!), ma rimane comunque una sorpresa piacevolissima.

Il regista David Frenkel si era già fatto notare per l’abilità con cui aveva diretto una commedia sentimentale come Il Diavolo Veste Prada, ma qui fa un salto in avanti. Io & Marley sembra quasi un film francese per come affronta i sentimenti e le situazioni e adatta l’omonimo libro scritto dal protagonista della storia con una pregnanza ed una capacità che impressionano.
Impressionante anche il casting. Jennifer Aniston e Owen Wilson, lontani da ogni divismo, riescono a rendere credibile il fatto di essere una coppia media americana.

Wednesday, April 23, 2008

Il Treno Per Il Darjeeling (The Darjeeling Limited, 2007)di Wes Anderson

POSTATO SU

Uno dei tratti fondamentali di parte del cinema d'azione asiatico moderno (almeno per un occhio occidentale) è l'esplosione di violenza, il fatto cioè che spesso i momenti efferati e violenti arrivino senza alcun preavviso tipico solitamente dato da elementi come musica, montaggio, dialoghi, sguardi o qualsiasi altra strategia cinematografica. Allo stesso modo in Wes Anderson esplodono le emozioni, il suo stile di racconto cinico e un po' distaccato è poi costellato di continue microesplosioni di emotività, una frase, un gesto o un momento che rivelano un dramma o un sentimento quando meno lo si aspetta e senza che in nessun modo sia annunciato.

E' una delle caratteristiche più importanti di questo finto indipendente, che gira con un rigore raro (i suoi caratteristici movimenti di camera ortogonali qui arrivano all'esasperazione), prediligendo il piano sequenza e gli ambienti stretti (la casa dei Tenebaum, la nave di Zissou, ino all'estremo e angusto spazio della cabina del treno nel quale si trova incredibilmente a suo agio), sapendo comporre l'inquadratura come pochi oggi e raccontando storie di formazione come se ogni storia possibile fosse di formazione.

Inutile dire del continuo raccontare sempre la stessa storia di famiglia ovattate e allo sfascio, più interessante è forse notare come specialmente quest'ultimo suo film, Il Treno per il Darjeeling renda spesso esplicite molte metafore, rendendole così operative e facendole diventare uno strumento in più.
In un punto della storia i tre fratelli protagonisti tentano di salvare tre bambini, uno non ce la farà. Non era ufficiale ma metafora voleva che ognuno avesse un bambino da salvare, quasi si fosse preso carico unicamente di quella vita come obiettivo da raggiungere per la propria salvezza. Ma in maniera palese Adrien Brody dichiarerà: "Il mio non ce l'ha fatta" tenendo in braccio il corpo senza vita.
Solitamente una cosa simile è condannabile perchè non serve dirlo ad alta voce, è più efficace se lo spettatore fa l'associazione da solo. In questo caso tuttavia il fatto che lui lo dica ad alta voce non è mancanza di fiducia nello spettatore ma rende la questione esplicita e utilizzabile più avanti: il protagonista stesso aveva fatto l'associazione, sapeva che era il suo bambino e lo dice agli altri che lui il suo non l'ha salvato i quali ora sanno che lui lo pensa, è un punto di partenza e non uno di arrivo. Un segno di come Anderson non rispetti (e con buone ragioni) molte regole auree del cinema.

Questo è un solo esempio della raffinatezza stilistica del cinema di Wes Anderson (altra è la capacità di associare ad ogni personaggio anche marginale una storia (i lividi sul corpo di Natalie Portman) o di incastrare più racconti in quello principale) che nonostante cerchi in tutti i modi una personalizzazione portata all'estremo (come sempre i colori sono fondamentali oltre che coerenti lungo tutta la pellicola, al pari di una lunga serie di oggetti che ricorrono) sembra poi non riuscire ad uscire dal seminato. E lo dico con grande dispiacere.
Quello di Wes Anderson è un cinema tra i più sorprendenti e originali degli ultimi anni, l'unico che sembra essere partito dalle istanze indipendenti americane (ma già ne era lontano con Rushmore) per andare da altre parti senza rimanervi imbrigliato, l'unico che guardi davvero al passato (peraltro europeo) senza citazionismo (per questo mi hanno infastidito molto gli zoom anni '70), che sappia fare tesoro del linguaggio dei videoclip (e non per il montaggio una volta tanto!) e l'unico in grado di raccontare trame avvincenti riuscendo a trovare una strada personale per la messa in scena di personaggi umani.

Eppure, se non in Rushmore, la sua poetica dei bambini viziati cresciuti e fieri di esserlo che nonostante la bambagia non riescono ad avere i rapporti che vorrebbero, che falliscono in tutto nonostante siano pieni di potenzialità sembra non riuscire a compiere l'ultimo miglio e rimanere sempre ingabbiata in un'ottima messa in scena ma nulla più.

E comunque quando alla fine ci si trova sui monti dell'India, in un convento, con le suore, gli autoctoni e gli interni bianchi se il pensiero non vola SUBITO a Narciso Nero mi dispiace per voi.