.:[Double Click To][Close]:.
Get Paid To Promote, Get Paid To Popup, Get Paid Display Banner




Showing posts with label bruce willis. Show all posts
Showing posts with label bruce willis. Show all posts

Monday, May 9, 2011

Red (id., 2011)di Robert Schwentke

Stavolta sono ex agenti CIA. Neanche è cominciato questo periodo di cinema d'azione all star, di gruppo che già mi ha rotto. Tante star incastrate in un film che mette una banda di fronte alla missione estrema, in cui rivedere le aspettative della propria vita ma che non segna nulla di definitivo tenendo le porte aperte per i sequel. Red in più aggiunge la retorica geriatrica dei vecchi leoni che tornano a ruggire, ormai un must per la carriera del renitente Bruce Willis.

L'idea sarebbe quella di creare un'occasione per divertirsi, cioè quel misto di azione e comicità data dall'unione tra quotidiano ed eccezionale. Ormai pensionati, alcuni dei migliori uomini di una sezione della CIA si ritrovano insieme per un'ultima missione poichè il loro capo si è innamorato di una ragazza "comune", proprio quando qualche amico di vecchia data torna a trovarlo. Dovranno ribellarsi contro la stessa agenzia d'intelligence governativa americana portandosi appresso la "zavorra".

Quindi oltre al cinema dei "tanti e virili" Red (acronimo di Retired and Extremely Dangerous) propone anche qualche suggestione dal decisamente più riuscito Innocenti Bugie. La ragazza comune di colpo coinvolta in un ambiente da cinema, fatto di spionaggio, viaggi, travestimenti, sparatorie e complotti impossibili.
Se però nel film Cruise/Diaz, il tutto era gestito con un velo di ironia appena percettibile (che con sobrietà dava dell'idiota all'eroe ed esaltava la "salvata") Red invece è una continua esaltazione maschile a scapito della donna. E anche l'unica signora nel gruppo di soldati (Helen Mirren totalmente fuori parte) è a tutti gli effetti un uomo in gonnella.
Unico scampolo d'ironia, la scena (presente nel trailer) di Bruce Willis che esce da una macchina in testacoda. Così lo sapete prima.

Thursday, August 26, 2010

I Mercenari (The Expendables, 2010)di Sylvester Stallone

POSTATO SU
Una delle prime recensioni americane che sono uscite diceva (cito a memoria perchè non ritrovo più la fonte): "Stallone ha dimostrato negli anni di essere capace di interpretare e girare film di insospettabile sincerità e toccante dolcezza. Questo non è uno di quei casi". C'è un po' tutto quello che penso anche io, ovvero che il modo di fare film di Stallone, da attore come da sceneggiatore o da regista, sia fondato su una semplicità e un buonismo particolare e tutto suo (per il quale ad esempio spessissimo i cattivi si convertono e diventano buoni) che lo differenziano da qualsiasi coevo action hero anni '80, nella maggior parte dei casi questo sfocia in una disarmante superficialità (ma quasi sempre divertente), in altri più sparuti casi porta a film estremamente sinceri e immediati come pochi altri. I Mercenari in questo senso non sembra un film di Stallone.

I Mercenari ti dà tutto quello che vuoi e te lo dà immediatamente in 90 minuti circa di botte, spari, sangue in CG, fuoco in CG, demolizioni in CG e un buon numero di veri stunt (comunque meno di quello che ci aveva fatto credere Stallone nella lunga promozione del film). Insomma un film effettivamente divertente, colmo di umorismo maschilista e alla buona ma efficace, si ride più di loro che con loro ma lo si fa con il gusto della coolness americana.
Ci sono sicuramente le più nostalgiche sequenze d'azione degli ultimi 15 anni (vapore e passerelle d'acciaio, salto verso l'obiettivo con esplosione di fuoco dietro e via dicendo) più una veramente fenomenale, quella della fuga in idrovolante dal molo con annesso ritorno di fuoco della quale sono girate molte foto promozionali, forse l'unico momento in cui alla nostalgia per quel cinema si unisce anche quella sincerità stallonesca tutto cuore e irrazionalità ben rappresentata dall'esultanza di Statham a strage ultimata. Ma per il resto la matrice sembra quel capolavoro di Commando: c'è un dittatore su un'isoletta, gente che non vuole combatterlo, tuttavia causa rapimento di un ostaggio a cui tengono ci si arma e si va (in idrovolante e con uno spirito solo lontanamente da Mucchio Selvaggio) a far saltare in aria la terra per liberare quell'ostaggio.

I veri protagonisti sono Stallone e Statham, agli altri rimangono una serie di cammei più o meno lunghi, i più ampi dei quali sono per Jet Li e Mickey Rourke, i più corti per Willis e Schwarzenegger (protagonista di una scena girata e scritta probabilmente in 5 secondi per quanto è trascurata).
Forse anche per questo manca la solita idea di cinema di Stallone, cioè il fatto che per i suoi personaggi il primo nemico siano essi stessi, le loro paure, i loro traumi e le loro indecisioni, da superarsi individuando un altro nemico più grande e manicheo. Qui il nemico è un ex della CIA ribellatosi al sistema e determinato a prendere il controllo di un isolotto sudamericano comandato da un generale (Angel di Dexter "Ma che ci fai lì??").
Certo I mercenari è veramente diretto con i piedi, Stallone tenta di essere sempre sopra le righe con piani ravvicinati degli occhi, inquadrature sghembe e mille variazioni superflue e "autoriali" decisamente fuori luogo. Ci voleva un bel mestierante invisibile anni '80 per la regia, ma come pensi che tutto questo ti stia infastidendo arriva uno sparo esagerato o una ginocchiata fortissima di qualcuno a qualcun altro che ti fa tornare il buonumore. E alla fine si chiude con Creedence e Thin Lizzy.

Tuesday, April 14, 2009

Disastro ad Hollywood (What Just Happend?, 2009)di Barry Levinson

POSTATO SU
Spesso Hollywood ha parlato di Hollywood mettendo in scena il making di un film dal punto di vista del tormento produttivo. In questi film si rivelano i retroscena di come si fanno i film ma non come fece Truffaut in Effetto Notte, che cercava di poetizzare il proprio mestiere, gli americani cercano di spoetizzare quanto più gli è possibile per spiegare come davvero si tratti di un lavoro come altri, la cui unica differenza è il giro di soldi e il livello di eccentricità che si registra. Loro che parlano così poco di cinema nei loro film quando lo fanno promuovono la mentalità industriale dietro tutta la macchina hollywoodiana.

Disastro Ad Hollywood però è qualcosa di più. Girato con grande divertimento ma anche con moltissimo sentimento racconta, come spesso capita, di un produttore e dei suoi tormenti lavorativi e personali. C'è un matrimonio (il secondo) che sta finendo, un final cut da portare assolutamente a termine (come vuole la produzione e non come vuole il regista) per poter andare magari a Cannes e un altro film da far partire a tutti costi costringendo un vanesio Bruce Willis a tagliarsi la barba.

Il protagonista assoluto è però Robert De Niro (finalmente in un ruolo dove si impegna sul serio!) produttore esecutivo noto e potente ma non ancora nel giro dei numeri 1, che si districa tra vita privata e professionale affidando a cose banali e stupidissime svolte fondamentali. Dal taglio della barba del capriccioso Willis dipendono gli stipendi di molti lavoratori e la partenza di un film, da un cane che muore su schermo tutto il suo futuro professionale in una serie di alti e bassi che non si distaccano da ciò che conosciamo di Hollywood, dove conta solo l'ultimo film che hai fatto.

Il ritratto della Mecca del cinema infatti è perfettamente coerente con quanto spesso nelle interviste ha raccontato un autore che contemporaneamente è dentro e fuori dal sistema come Martin Scorsese e le dinamiche di potere e di "terrore" sacro per gli attori più importanti molto verosimile.

Levinson si diverte molto a giocare con la diegesi della colonna sonora e a spiazzare lo spettatore con diversi trucchi che non risultano mai fini a se stessi, ma il suo massimo lo raggiunge con la straordinaria levità con la quale riesce a raccontare il lento separarsi di una coppia.
Il film infatti tocca le sue vette più alte grazie ad un sentimentalismo forte e non ostentato. Dietro la patina, le mesh, le scopate e le falsità lavorative la vita del produttore è passata al triste metal detector per mostrarne le quotidiane delusioni e i desideri inespressi di un uomo normale in un contesto straordinariamente grottesco. E proprio su questi inespressi entra in gioco finalmente dopo anni la grandezza di De Niro.