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Tuesday, October 5, 2010

Una sconfinata giovinezza (2010)di Pupi Avati

POSTATO SU
Il consueto film annuale di Pupi Avati tocca stavolta il tema dell'anzianità, ovvero del diventare anziani e contemporaneamente tornare all'inizio, tornare bambini per effetto dell'alzhaimer. Una trovata realista, la malattia che provoca una regressione mentale, unita a suggestioni fantastiche, ricordi inevitabilmente felliniani che mischiano mistico e materiale, per raccontare di un uomo che ad un certo punto, inconsciamente tira le somme di un'esistenza.

Queste le intenzioni di Avati, che gira il film anche con qualche guizzo in più rispetto al solito (atmosfere vagamente ricercate per i ricordi padani e alcuni momenti sporcati, ma solo di qualche schizzo, d'orrore), ma che inevitabilmente ristagna nella solita insipienza, nel solito moralismo e nella solita nostalgia un tanto al chilo. Non è infatti tanto quel che viene fatto o mostrato di deprecabile ma quello che non viene fatto a fronte delle aspirazioni. Non c'è mai vera dialettica, vera tensione, vero confronto, nè mai ci sono immagini che parlino, momenti che rimangano, idee che colpiscano.

Il problema è che nel cinema annuale di Avati, solo la parte di annualità, cioè la capacità di produrre in serie film che rientrano sempre del proprio costo, è stimabile. Il resto sono storie labili labili, che inquadrano stereotipi umani con la pretesa di scavare per svelarne contraddizioni ma soprattutto sentimenti. Questo svelamento tuttavia è sempre la solita operazione intellettuale e non sentimentale, ovverno un pattern riconoscibile fatto di cerchio e botte, cioè di scena deprecabile e scena salvifica alternate, ying e yang uno accanto all'altro come idea di complessità. Sembra davvero una produzione in serie, ma senza la giustificazione commerciale (che la rende quasi nobile), bensì con una pretesa intellettuale (che la rende illusoria).

Tuesday, February 9, 2010

Il figlio più piccolo (2010)di Pupi Avati

POSTATO SU
Il figlio più piccolo è anche quello scemo, almeno scemo come la mamma, che poi scemo al cinema non significa quello che intendiamo nella vita vera ma "dominato da sentimenti puri e positivi, incapace di ragionare con il cinismo e l'istinto di sopraffazione che caratterizza i cosìddetti intelligenti". Ecco allora che il figlio di un grande magnate di non si sa bene cosa ma comunque agganciato politicamente all'occorrenza, indebitato ma adeguatamente furbo (lui e il suo fido consigliere) da scaricare su altri debiti e società per rimanere a galla è in realtà un povero sfigato, perchè il padre l'ha lasciato proprio prima di fare i soldi veri, addossando alla madre debiti e indigenze. Almeno fino a che non si fa vivo dal nulla perchè gli serve una testa di legno per non finire in galera.

Storia familiare avatiana, nessuna novità, genitori bastardi (con gloria) e figli inermi che non possono far altro che amarli andando incontro a tempeste e bufere. Come al solito la scrittura è pregevole (a scuola si direbbe con disprezzo celato ancora peggio: "scorrevole"), e la regia non esiste. Ma non esiste sul serio. Non è solo una questione di "inquadrare" ma di dirigere tutte le operazioni connesse al film, orchestrare un racconto in modo che tutte le componenti seguano un grande disegno unico. Vedendo il film sembra di osservare gli esempi del manuale di sceneggiatura, per il quale ogni personaggio è tale se ha delle caratteristiche riconoscibili che lo separano dagli altri e che parlano (in senso simbolico) di lui, ecco allora quello che ci sente troppo bene, l'ipocondriaco, la svampita e via dicendo. Ma poi, come negli esempi, di queste caratterizzazioni scolastiche non se ne fa nulla, non si va da nessuna parte. Solo in alcuni casi le singole abilità (un bravo attore, un bravo costumista, un montatore decente) riescono a mantenere a galla una barca che con una troupe inesperta affonderebbe senza scampo.
Ci sono le peggiori trasparenze dell'anno senza dubbio e in certi casi il green screen è mal calibrato e si vede che l'immagine fa difetto. Non parlo di una cosa di cui si accorgono i malati come me, gli angoli delle immagini che sono come grattati via perchè l'effetto è fatto male. In un film di primo circuito, che va in sala!

L'obiettivo di Avati sembra essere, alla fine del film, di voler narrare una parabola familiare che si conclude con una certa amarezza e che sembra far intuire parabole simili ma più in grande. Un occhio al micro e uno al macro, parlando di sentimenti. Ma parlandone appunto e non mostrandoli.
Questo cinema edulcorato, all'acqua di rose e politicamente corretto fino allo spasmo di tutti i muscoli è forse il vero lupo travestito da agnello del nostro cinema, il male che non vediamo e che si insinua nelle sale.
Madonna ad un certo punto c'è un'inquadratura con lento zoom che sembra uscita dal peggior cinema di Comencini dei tardi anni '70.... Una cosa da manette subito.

Monday, March 30, 2009

Gli Amici Del Bar Margherita (2009)di Pupi Avati

POSTATO SU
Se fossi uno straniero dalla media conoscenza cinematografica internazionale e mi facessero vedere Gli Amici Del Bar Margherita penserei subito che l’Italia è rimasta ancora vittima del modo di procedere felliniano senza però che sia presente anche quella forza dirompente, senza che ci sia ancora quell’incredibile coraggio d’osare.

Tuttavia non essendo straniero ma italiano e conoscendo da italiano il cinema contemporaneo non solo so che non siamo vittime dell’imponente retaggio felliniano ma anche che le somiglianze evidenti tra l’approccio al ricordo bolognese di Avati e quello al ricordo riminese del Federico nazionale è un’eccezione spiacevole che spero avremo tutti il coraggio di ignorare.
Perchè Pupi Avati gioca con i suoi ricordi (e molti degli attori da lui lanciati) tra esagerazione, caratterizzazione, bozzettismo e grottesco senza mai davvero andare a fondo, senza un immaginario degno di questo nome a coprirgli le spalle e riempirci gli occhi, senza guizzi sorprendenti e senza storie realmente interessanti da raccontare ma solo piccole bagatelle e piccoli screzi.

Si direbbe un film corale ma in realtà non è nemmeno questo perchè dalle tante storie raccontate degli avventori del bar Margherita non esce nulla di unico, non si respira un senso comune del vivere bolognese nel 1954, sono solo storie sfilacciate tra di loro e tenute insieme dall’unità di luogo.

Avati è un cineasta particolare, uno che per sua ammissione non va quasi mai al cinema e in generale guarda pochissimi film e che per questo ha tutta una sua idea di cinema dotata di poca originalità e soprattutto sempre uguale nel tempo. Un cineasta quindi proprio per questo motivo fuori dal tempo che ha il pregio di fare un film l’anno ma il difetto di mancare ogni volta l’appuntamento con personaggi e situazioni realmente coinvolgenti.

Giusto per amor di completezza una citazione in chiusura va al senso della pellicola e del cinema avatiano espresso nel finale, cioè quel rifiuto di far parte di una storia per prendersi il lusso di guardarla da fuori, raccontarla per comprenderla. Anche stilisticamente il regista si immedesima con il personaggio del documentarista (spesso le immagini che vediamo sono prese dal punto di vista da cui quel personaggio gira) e dunque contemporaneamente prende le distanze dalla materia raccontata e ne diventa parte integrante. Ma come si diceva lo precisiamo solo per amor di completezza e non per reale interesse.

La cosa che più mi infastidisce è che il film sarà dai più salvato nel nome di non ho capito quali pregi e quali interessanti risvolti di trama.