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Tuesday, October 5, 2010

Una sconfinata giovinezza (2010)di Pupi Avati

POSTATO SU
Il consueto film annuale di Pupi Avati tocca stavolta il tema dell'anzianità, ovvero del diventare anziani e contemporaneamente tornare all'inizio, tornare bambini per effetto dell'alzhaimer. Una trovata realista, la malattia che provoca una regressione mentale, unita a suggestioni fantastiche, ricordi inevitabilmente felliniani che mischiano mistico e materiale, per raccontare di un uomo che ad un certo punto, inconsciamente tira le somme di un'esistenza.

Queste le intenzioni di Avati, che gira il film anche con qualche guizzo in più rispetto al solito (atmosfere vagamente ricercate per i ricordi padani e alcuni momenti sporcati, ma solo di qualche schizzo, d'orrore), ma che inevitabilmente ristagna nella solita insipienza, nel solito moralismo e nella solita nostalgia un tanto al chilo. Non è infatti tanto quel che viene fatto o mostrato di deprecabile ma quello che non viene fatto a fronte delle aspirazioni. Non c'è mai vera dialettica, vera tensione, vero confronto, nè mai ci sono immagini che parlino, momenti che rimangano, idee che colpiscano.

Il problema è che nel cinema annuale di Avati, solo la parte di annualità, cioè la capacità di produrre in serie film che rientrano sempre del proprio costo, è stimabile. Il resto sono storie labili labili, che inquadrano stereotipi umani con la pretesa di scavare per svelarne contraddizioni ma soprattutto sentimenti. Questo svelamento tuttavia è sempre la solita operazione intellettuale e non sentimentale, ovverno un pattern riconoscibile fatto di cerchio e botte, cioè di scena deprecabile e scena salvifica alternate, ying e yang uno accanto all'altro come idea di complessità. Sembra davvero una produzione in serie, ma senza la giustificazione commerciale (che la rende quasi nobile), bensì con una pretesa intellettuale (che la rende illusoria).

Wednesday, March 24, 2010

Happy Family (2010)di Gabriele Salvatores

POSTATO SU
Ho aspettato un po' prima di scrivere di Happy Family perchè il ritratto metafilmico e metaletterario di un nucleo familiare allargato che per metafora (esplicitata) è la società realizzato prendendo tutte le soluzioni del cinema di Wes Anderson (principalmente Rushmore e I Tenebaum, ma senza saper puntare sul rapporto particolare con la musica e sull'esplosione di sentimenti) mi aveva un po' spiazzato. Troppo curato per essere una schifezza e troppo pretenzioso senza giungere a nulla per essere un buon film.

Si racconta di uno scrittore con alle spalle una rendita tanto solida quanto grottesca (come in About a Boy), che vuole scrivere una "bella sceneggiatura". Mentre scrive le parole diventano immagini e vediamo la sceneggiatura già film. Il racconto poi viene di tanto in tanto interrotto dalle pause che lo scrittore si prende per farsi dei massaggi o quant'altro. Durante le pause i personaggi escono dal computer e gli parlano, fino al finale metaforico e catartico.

A salvare quest'improbabile trama è in molti punti l'umorismo e in molti altri lo stile della messa in scena che sceglie di puntare su colori, costumi e ambienti. Di volta in volta tutto è rosso, tutto è giallo, tutto è verde, tutto è bianco ecc. ecc. in accordo con diverse fasi del racconto e della stesura (come in Hero).
Effetti speciali particolarmente mal realizzati poi incorniciano tutto in un'atmosfera irreale di una Milano costantemente assolata, popolata di uomini e donne "spaventati", lasciando intendere che la paura, nelle sue varie declinazioni, è la dominante di questi anni (come in Bowling a Columbine).

Non è la prima volta che Salvatores tenta un film dal racconto non lineare e non canonico. L'aveva fatto con Denti e Amnèsia. E non è nemmeno la prima volta che mette in scena personaggi che prendono vita. L'aveva fatto in Nirvana. Sembra però ancora una volta che quest'esigenza di trovare forme diverse per parlare di cose diverse (in questo caso la società e il vivere moderno) rimanga tale. A questo punto era meglio la memoria odontostomatologica di Denti.

Sunday, December 30, 2007

Lascia Perdere, Johnny! (2007)di Fabrizio Bentivoglio


Recupero al cinema il film di Bentivoglio perso alle anteprime pieno di curiosità per le buone voci sentite ma la delusione è in agguato.
Bentivoglio infatti dirige senza personalità un film che di particolare e originale ha unicamente una parte della trama, perchè per il resto è il classico film italiano degli ultimi anni: stretto nella crasi tra provincia e grande città, che si guarda indietro, tentando una riflessione sugli affetti e sull'arte e/o il lavoro creativo attraverso il racconto della formazione di un ragazzo.
Un po' sognatore da una parte, un po' buonista dall'altra, che non nega la realtà da lupi del nostro paese ma che contemporaneamente ne dà una visione consolatoria (la figura di Ernesto Mahieux). Tutto raccontato con una voce off molto invadente e girato con poca cura (gli attori che interpretano i musicisti, Bentivoglio a parte, non sanno suonare e si nota), recitato ottimamente (oltre al grandissimo Mahieux c'è Bentivoglio stesso, Toni Servillo e Valeria Golino più il solito straordinario insieme di caratteristi regionali) e scritto con superficialità e molta banalità, specialmente nelle facili metafore (il sogno, il naufragio in motoscafo, la pioggia durante il concerto e gli incontri con le prostitute).

Tuttavia nonostante il forte disappunto per l'ennesima speranza delusa di un cinema diverso, più particolare e soddisfacente, non posso negare che Bentivoglio non gira male (quanto meno non peggio della media) e ha una voglia e un piglio per il racconto che magari possono ottenere sbocchi migliori.
Il finale aperto del film, per quanto simil-consolatorio, non era male e alcune figure dipinte con pochi tocchi mi hanno convinto (il "maestro" Toni Servillo). Ma appunto nulla che vada più in là dell'ordinaria amministrazione.