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Monday, November 15, 2010

Noi Credevamo (2010)di Mario Martone

POSTATO SU
Passato a Venezia, ora al cinema, prossimamente in televisione. L'idea sempre più frequente di pensare un prodotto per la televisione come qualcosa di buono anche per il cinema (dunque dotato di quel linguaggio e realizzato da professionalità che vengono da quel mondo) è una delle novità più felici dell'ultimo decennio. Noi Credevamo dunque, al netto di tutte le critiche che stanno per arrivare, è comunque un progetto stimabile, redatto con cura e genio e soprattutto in grado di aggirare con abilità il gusto medio.

Peccato che i pregi si fermino qui e siano, per la maggior parte, in potenza e non in atto. Diviso in segmenti e pensato con una struttura episodica, il grande racconto di Martone ambisce a narrare lo snocciolarsi di piccoli episodi nella grande storia. Tre ragazzi, poi tre uomini, prima amici poi un po' meno, vivono esperienze a latere dei moti e a tratti a contatto con i grandi nomi.
La storia vera però è fuori dal film. Non si vedono moti, non si vedono conquiste, plebisciti, breccie di Porta Pia e via dicendo. Si vede tutto ciò che è a latere. Una scelta sicuramente economica da una parte ma anche frutto di un pensiero dall'altra.

Il pensiero è raccontare il Risorgimento e la nascita dello stato italiano come inizio della fine, "L'albero è stato piantato e poco male se le sue radici sono marce" dice nel suo brevissimo e centrale cammeo Anna Bonaiuto (come può mancare in un film di Martone??).
Se dunque da una partone si evita il didscalismo storico e una certa retorica nazionalista, dall'altra si centra la retorica rivoluzionarietta, dei moti come fossero le ribellioni cheguevariste, dei garibaldini come comunistelli anni '70. Al di là della realtà storica e dei veri desideri di libertà, unione e rivoluzione che esistevano, è l'occhio e l'interesse di Martone a premere su quella retorica: l'Italia doveva essere fatta dal popolo ed è stata invece fatta dai potenti. Ma oltre questa dichiarazione c'è poco altro.
In quasi tre ore una sola idea di regia (la bellissima e anacronistica casa non costruita) e moltissimi problemi di continuity e casting (com'è possibile far fare ad Anna Bonaiuto la versione più vecchia di 30 anni di Francesca Inaudi senza che la gente si chiede chi sia?? Lo Cascio sarebbe Edoardo Natoli con 20 anni di più??). Di personaggi veri, di carne e sangue nemmeno l'ombra.

Monday, March 30, 2009

Gli Amici Del Bar Margherita (2009)di Pupi Avati

POSTATO SU
Se fossi uno straniero dalla media conoscenza cinematografica internazionale e mi facessero vedere Gli Amici Del Bar Margherita penserei subito che l’Italia è rimasta ancora vittima del modo di procedere felliniano senza però che sia presente anche quella forza dirompente, senza che ci sia ancora quell’incredibile coraggio d’osare.

Tuttavia non essendo straniero ma italiano e conoscendo da italiano il cinema contemporaneo non solo so che non siamo vittime dell’imponente retaggio felliniano ma anche che le somiglianze evidenti tra l’approccio al ricordo bolognese di Avati e quello al ricordo riminese del Federico nazionale è un’eccezione spiacevole che spero avremo tutti il coraggio di ignorare.
Perchè Pupi Avati gioca con i suoi ricordi (e molti degli attori da lui lanciati) tra esagerazione, caratterizzazione, bozzettismo e grottesco senza mai davvero andare a fondo, senza un immaginario degno di questo nome a coprirgli le spalle e riempirci gli occhi, senza guizzi sorprendenti e senza storie realmente interessanti da raccontare ma solo piccole bagatelle e piccoli screzi.

Si direbbe un film corale ma in realtà non è nemmeno questo perchè dalle tante storie raccontate degli avventori del bar Margherita non esce nulla di unico, non si respira un senso comune del vivere bolognese nel 1954, sono solo storie sfilacciate tra di loro e tenute insieme dall’unità di luogo.

Avati è un cineasta particolare, uno che per sua ammissione non va quasi mai al cinema e in generale guarda pochissimi film e che per questo ha tutta una sua idea di cinema dotata di poca originalità e soprattutto sempre uguale nel tempo. Un cineasta quindi proprio per questo motivo fuori dal tempo che ha il pregio di fare un film l’anno ma il difetto di mancare ogni volta l’appuntamento con personaggi e situazioni realmente coinvolgenti.

Giusto per amor di completezza una citazione in chiusura va al senso della pellicola e del cinema avatiano espresso nel finale, cioè quel rifiuto di far parte di una storia per prendersi il lusso di guardarla da fuori, raccontarla per comprenderla. Anche stilisticamente il regista si immedesima con il personaggio del documentarista (spesso le immagini che vediamo sono prese dal punto di vista da cui quel personaggio gira) e dunque contemporaneamente prende le distanze dalla materia raccontata e ne diventa parte integrante. Ma come si diceva lo precisiamo solo per amor di completezza e non per reale interesse.

La cosa che più mi infastidisce è che il film sarà dai più salvato nel nome di non ho capito quali pregi e quali interessanti risvolti di trama.