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Wednesday, March 31, 2010

La Vita E' Una Cosa Meravigliosa (2010)di Carlo Vanzina

POSTATO SU
Forse un duo come i fratelli Vanzina lo abbiamo solo in Italia. Due autori nel senso più stretto del termine (portatori non solo di una visione personale di mondo ma anche di una personalissima di cinema e soprattutto di scrittura), capaci di misurarsi con un certo successo in diversi generi (i thriller degli anni '70, le commedie popolari della stessa epoca e le commedie sofisticate degli anni '80), baciati ad un certo punto da un buon successo di pubblico e quindi dotati di grande riconoscibilità, estremamente prolifici e dotati di idee molto chiare eppure capaci di girare alcuni tra i film più trasandati, superficiali e tirati per i piedi che si possano vedere (e non parlo dei cinepanettoni!).

La vita è una cosa meravigliosa
riassume perfettamente questa situazione. Si tratta di una commedia garbata, giocata su dinamiche classiche (dal tradimento, allo svelamento, fino allo scambio di persone), recitata da attori rodati e imperniata su un concetto anche interessante da sviluppare (l'attitudine italiana di aggiustarsi i problemi tramite intrallazzi vista come condizionamento esterno agli individui e non sempre interno) ma portato sullo schermo con una sciatteria rara.

Come dicono loro (giustamente) non esiste solo la commedia a tesi che divide nettamente i buoni e i cattivi, il cinema italiano da sempre ha utilizzato i cattivi come protagonisti per avvicinarsi, guardarli da vicino e scoprirne motivazioni e contraddizioni. Eppure viene da rivendicare la forza del manicheismo nel vedere come i loro "mostri" da baraccone sono assolti senza un perchè, tramite soluzioni iperboliche a problemi contingenti.

Il bravo chirurgo che vizia il figlio svogliato chiedendo favori agli amici professori per farlo andare avanti all'università e in cambio assume o licenzia le loro amanti nella clinica privata dove lavora, come soluzione lavapeccati va in Africa (?!?), senza affrontare minimamente ciò che ha fatto da un punto di vista critico.
Ancora una volta però tutto questo sarebbe anche foriero di una possibile (sebbene arrendevole) visione di mondo se non fosse che è raccontato, mostrato, proposto e sceneggiato con i piedi, largamente al di sotto di qualsiasi media (anche italiana!).

Monday, March 30, 2009

Gli Amici Del Bar Margherita (2009)di Pupi Avati

POSTATO SU
Se fossi uno straniero dalla media conoscenza cinematografica internazionale e mi facessero vedere Gli Amici Del Bar Margherita penserei subito che l’Italia è rimasta ancora vittima del modo di procedere felliniano senza però che sia presente anche quella forza dirompente, senza che ci sia ancora quell’incredibile coraggio d’osare.

Tuttavia non essendo straniero ma italiano e conoscendo da italiano il cinema contemporaneo non solo so che non siamo vittime dell’imponente retaggio felliniano ma anche che le somiglianze evidenti tra l’approccio al ricordo bolognese di Avati e quello al ricordo riminese del Federico nazionale è un’eccezione spiacevole che spero avremo tutti il coraggio di ignorare.
Perchè Pupi Avati gioca con i suoi ricordi (e molti degli attori da lui lanciati) tra esagerazione, caratterizzazione, bozzettismo e grottesco senza mai davvero andare a fondo, senza un immaginario degno di questo nome a coprirgli le spalle e riempirci gli occhi, senza guizzi sorprendenti e senza storie realmente interessanti da raccontare ma solo piccole bagatelle e piccoli screzi.

Si direbbe un film corale ma in realtà non è nemmeno questo perchè dalle tante storie raccontate degli avventori del bar Margherita non esce nulla di unico, non si respira un senso comune del vivere bolognese nel 1954, sono solo storie sfilacciate tra di loro e tenute insieme dall’unità di luogo.

Avati è un cineasta particolare, uno che per sua ammissione non va quasi mai al cinema e in generale guarda pochissimi film e che per questo ha tutta una sua idea di cinema dotata di poca originalità e soprattutto sempre uguale nel tempo. Un cineasta quindi proprio per questo motivo fuori dal tempo che ha il pregio di fare un film l’anno ma il difetto di mancare ogni volta l’appuntamento con personaggi e situazioni realmente coinvolgenti.

Giusto per amor di completezza una citazione in chiusura va al senso della pellicola e del cinema avatiano espresso nel finale, cioè quel rifiuto di far parte di una storia per prendersi il lusso di guardarla da fuori, raccontarla per comprenderla. Anche stilisticamente il regista si immedesima con il personaggio del documentarista (spesso le immagini che vediamo sono prese dal punto di vista da cui quel personaggio gira) e dunque contemporaneamente prende le distanze dalla materia raccontata e ne diventa parte integrante. Ma come si diceva lo precisiamo solo per amor di completezza e non per reale interesse.

La cosa che più mi infastidisce è che il film sarà dai più salvato nel nome di non ho capito quali pregi e quali interessanti risvolti di trama.