.:[Double Click To][Close]:.
Get Paid To Promote, Get Paid To Popup, Get Paid Display Banner




Showing posts with label tilda swinton. Show all posts
Showing posts with label tilda swinton. Show all posts

Friday, March 19, 2010

Io sono l'amore (2010)di Luca Guadagnino

POSTATO SU
Il nuovo film di Luca Guadagnino era passato a Venezia nella sezione Orizzonti, alcuni l'avevano visto e quasi tutti ne avevano parlato bene. Quello che avevano tralasciato di specificare è che è fenomenale.

Si racconta di una famiglia di altissimo livello economico, i Recchi, magnati di non è chiaro quale settore, comunque titolari di un'azienda gigante a gestione familiare con ramificazioni in altri stati. I Recchi vivono tutti in un unico palazzo al centro di Milano, una casa d'altri tempi e del resto loro stessi sono una famiglia d'altri tempi, raccontata con toni d'altri tempi, tanto che fino alla comparsa della prima automobile si fa fatica a capire quando sia ambientata la storia.
La trama ripropone il mito della donna sofisticata che riscopre il lato passionale della propria vita attraverso la conoscenza di un uomo rude ma raffinato, ma non è su quello che si misura la forza di un film come Io sono l'amore. Guadagnino in ogni momento cerca percorsi diversi dal solito, procede per sineddoche concentrandosi sui particolari e ammassa temi diversi (tradizione, modernità, esterofilia, omosessualità, conservatorismo ecc. ecc.) cercando un linguaggio cinematografico altissimo e al tempo stesso fondato su presupposti narrativi commerciali (il climax, l'intreccio forte, i segreti che si svelano).

Scandito in tre capitoli (Milano, Londra, Sanremo) il percorso di liberazione della protagonista dalla gabbia che aveva costruito per sè è anche un percorso nella sensorialità di paesaggi naturali contrapposti alle città e pietanze raffinate.
Soprattutto Io sono l'amore fa continuamente quello che non ti aspetti, affronta gli eventi e i personaggi con un taglio inaspettato e una vena melodrammatica che non stona nemmeno nel grande crescendo finale, quando la musica sempre più imponente arriva a sovrastare le parole. Ma va bene così.

Ne esce un film di dettagli, girato vicinissimo agli attori (Tilda Swinton produce anche)e fondato su particolari rivelatori, capelli raccolti, pietanze che comunicano come fanno i corpi di La promessa dell'assassino e pensieri che prendono forma come in un film di Lynch. Verrebbe da dire che c'è troppa carne al fuoco per un solo film se non fosse che tutta questa carne poi è gestita con pugno fermo e rigore per non risultare indigesta. E non lo risulta.

Wednesday, January 28, 2009

Il Curioso Caso di Benjamin Button (The Curious Case Of Benjamin Button, 2009)di David Fincher

POSTATO SU
La questione si potrebbe risolvere in due parole: Forrest Gump.
Il Curioso Caso di Benjamin Button è infatti il classico film realizzato a forma di Oscar, pronto per intrattenere con ironia e sentimento a partire da una storia che ripercorre una parte della storia recente americana. La struttura del racconto poi è quanto di più abusato ci sia: uno dei protagonisti che ormai vecchio rivive tutti gli eventi attraverso la lettura di un diario da parte della figlia. Un modus operandi già visto (solo per dirne due) in Titanic o Il Piccolo Grande Uomo (ma in un certo senso anche nello stesso Forrest Gump).

Del film di Robert Zemeckis questo ha le dinamiche che sorreggono il racconto, cioè quelle che vedono un protagonista strano e innocente passare attraverso i grandi sconvolgimenti con in mente il suo unico vero amore, una donna più dinamica, emancipata e collegata al proprio tempo di lui.
Ciò che invece gli manca è la capacità di far emergere dalla globalità degli elementi di messa in scena un vero senso, nonchè la capacità di intrattenere che una volta era la caratteristica principale di Fincher. Solo la divina Cate Blanchett riesce con quel suo sguardo che E' cinema esso stesso a regalare momenti di coinvolgimento (come quando vede Benjamin tornato giovane dalla guerra).

Sebbene come idea quella alla base di Benjamin Button non abbia nulla da invidiare a quella alla base di Forrest Gump (un uomo che nasce vecchio e a mano a mano che vive ringiovanisce), lo stesso i personaggi non sono altrettanto affascinanti, lo stesso le loro idee e le loro interazioni non riescono a farsi paradigmatiche. Non incarnano un periodo, non incarnano un modo di vivere nè tantomeno la propria unicità.

Fuori dai canoni di una narrazione dotata di un intreccio originale (per quanto sia strano lo spunto della trama alla fine la trama è molto canonica) Fincher si trova male. Costretto a venire a patti con un'idea classica di racconto non riesce a staccarsi dal manierismo e dalla calligrafia, risultando in due ore e mezza scorrevoli ma inevitabilmente piatte e ripiegate sul già visto. Anche la locandina inevitabilmente è ricalcata su un'altra (che gli è superiore per le espressioni più convincenti dei volti e per come sono stretti nel quadro).