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Tuesday, April 5, 2011

The Next Three Days (id., 2011)di Paul Haggis

POSTATO SU
Nonostante sia un remake, e fino ad un certo punto molto fedele all'originale Pour Elle, The Next Three Days ha una partenza dalla scrittura sopraffina. E non lo si dice solamente perchè alla regia (e alla sceneggiatura ovviamente) c'è Paul Haggis, emerso per le sue doti di scrittore e solo recentemente passato anche alla regia, quanto perchè anche per gli standard dello sceneggiatore di Million Dollar Baby e Casino Royale, il percorso indiziario prima e di lenta costruzione di un piano poi, ha del magistrale.

Capace di stare abilmente con il piede in due staffe, tra il realismo di una lenta discesa personale in un piano paradossale ma lucidamente elaborato e la classica narrazione iperbolica all'americana di eroi solitari che lottano contro il destino, Haggis sembra padroneggiare anche registicamente uno dei film più interessanti dell'annata. Almeno fino ad un certo punto.
L'ultima mezz'ora e più, quella d'azione in cui si tirano le fila di quanto è stato costruito lungo il film passando dall'elaborazione del piano alla sua attuazione ( quella che si differenzia di più dall'originale), riesce sistematicamente a distruggere tutta l'ambiguità e l'interesse che la pellicola aveva suscitato. Una cosa che purtroppo capita spesso quando Haggis oltre a scrivere siede anche dietro la macchina da presa.

La storia del marito, innocuo professore, che si ritrova la moglie accusata e incarcerata per omicidio e che crede ciecamente alla sua innocenza, tanto da pianificare per anni la sua evasione, poteva essere (e fino ad un certo punto è) un film sul disperato progetto di un folle che vede una realtà che nessun altro vede. Invece Haggis nell'ultima parte opera una rilettura degli stimoli forniti dal resto del film, colpi di scena inclusi, riportando tutto nell'alveo del politicamente corretto, della giustizia e di una bontà manichea.
Dopo aver posto domande lungo il film all'improvviso nel finale si mette a dare tutte le risposte. TUTTE. E sono tutte deludenti.

Wednesday, May 12, 2010

Robin Hood (id., 2010)di Ridley Scott

POSTATO SU
FESTIVAL DI CANNES 2010
CONCORSO

Si era detto che doveva essere un Gladiatore in calzamaglia e una volta tanto le banali voci non erano troppo lontane dalla realta'.
Robin Hood e' un racconto speculare a quello di Massimo Meridio, la narrazione della grande ascesa sociale e morale dell'uomo che e' diventato Robin Hood, e che quindi, si afferma implicitamente, non lo e' sempre stato.

Mentre Il Gladiatore partiva dalla gloria, dallo status di grande condottiere nelle grazie dell'imperatore morente, Robin Longstride e' un semplice arciere dell'esercito, poco simpatico ai superiori e non particolarmente carismatico. Ma il vero movimento uguale e contrario rispetto all'altro film e' quello che per la morte del proprio superiore (qui re Riccardo) porta Robin in alto, facendolo diventare un nobile di alto lignaggio per convenienza di tutti (in primis sua che altrimenti sarebbe tornato a fare una vitaccia) mentre Massimo Meridio veniva deportato come i normali gladiatori e da li' partiva la sua vendetta.

Robin Hood non e' quindi un vengeance movie sotto mentite spoglie come Il Gladiatore anche se lo stesso qualcosa da vendicare c'e', ma non e' personale. Il principe Giovanni prende il potere e l'eroe si trova a combattere, come vuole la leggende, al fianco dei poveri.
Dunque il movimento contrario di ascesa e lotta per i piu' umili e' speculare a quello di discesa e lotta CON i piu' umili del Gladiatore, ed e' il piu' grande punto in comune per un film che per il resto riduce al minimo storico violenza e sesso per ottenere il visto di censura dai 13 anni in poi, spalmando melassa ovunque.

Tutto quello che avevamo amato nei decenni passati di Ridley Scott e' ormai scomparso ma anche il senso dell'epica con il quale era riuscito a pervadere un'opera curiosa come Il Gladiatore qui manca. E non basta la credibilita' del corpo di Russel Crowe (uno dei pochi miliardari del pianeta in grado di sembrare e occupare realmente il posto di un umile sullo schermo) a dare al film una vera attrattiva.
Tra cuochi che diventati arcieri per contingenza che decidono le sorti della storia e combattimenti al ralenti (ancora????) Robin Hood e' disgraziatamente noioso. Noioso, lungo e senza eccessi di alcun tipo. Il mix peggiore che ci sia.

Friday, April 10, 2009

State Of Play (id., 2009)di Kevin Macdonald

POSTATO SU
Hollywood ha una lunga tradizione di thriller politici, film che ambientano storie di intrighi e misteri a Washington andando a rimestare con l’attualità. Si tratta del modo in cui gli americani indagano su se stessi, non tramite inchieste vere (come è capitato al cinema italiano) ma tramite fatti di finzione che rappresentano il sentire comune in un dato momento nei confronti della politica, delle istituzioni e dei media.

Anche prima di Tutti Gli Uomini Del Presidente questo genere è stato molto praticato ma il film di Pakula ne ha definito gli standard estetici e di racconto che ancora sono validi e che si ritrovano anche in State Of Play, film che prende le mosse da un’omonima serie per la televisione britannica senza necessariamente ricalcarne tutta la struttura.
Russell Crowe è un cronista d’assalto vecchio stampo del Washington Post mentre Rachel McAdams è una nuova leva che lavora ai blog del giornale. Il primo disprezza la seconda ma sarà costretto a collaborare con lei su una storia che intreccia fatti scabrosi della vita privata di un politico suo amico (argomento del blog) e omicidi per motivi di droga (argomento del cronista). Il politico è Ben Affleck.

Il film dunque prende le mosse palesemente dal mondo del giornalismo per mostrare i legami con la politica e affermarne in fondo l’indipendenza e l’importanza di fronte come al solito ad un sistema corrotto. Rispetto al solito però il film è decisamente più speranzoso, in questo è decisamente più obamiano, cioè appartiene ad un nuovo corso per il quale la politica è sempre quella passibile di corruzione, ma in fondo la speranza in un domani migliore è più viva che mai.

L’intreccio, che solitamente è la cosa più dura di questo genere, si lascia seguire con scorrevolezza ed appassiona. Kevin Macdonald è molto abile nel mantenere costantemente vigile l’attenzione dello spettatore giocando con il sistema aspettativa-svelamento. I colpi di scena sono prevedibili quel tanto che basta per instillare il dubbio e scatenare la tensione, così che ad ogni scoperta corrisponda un nuovo obiettivo. La trama è davvero un congegno ad orologeria.
Certo il ritmo non è quello del cinema d’azione o del thriller puro ma il genere ha le sue regole.

Monday, November 3, 2008

Nessuna Verità (Body Of Lies, 2008)di Ridley Scott

POSTATO SU
Uomini che interagiscono che si specchiano l'uno nell'altro e che sono l'uno l'opposto dell'altro nonostante stavolta siano dalla stessa parte della barricata. Se in American Gangster si seguivano le storie parallele di un gangster in ascesa e di un poliziotto sulle sue tracce, due figure a loro modo "morali", qui si segue in parallelo il lavoro di un agente della CIA operativo in medio oriente e il suo capo che dagli Stati Uniti lo segue e gli dà istruzioni, due figure con valori diversi ma che devono trovare il modo di convivere.

Benchè lo scheletro e l'impianto rimanga lo stesso stavolta la cornice non è più il gangster movie ma il film di guerra moderno, quello dagli scenari medio orientali, dalla macchina a mano e dai mille intrighi politici che sostituiscono e quasi soffocano le poche e molto dilatate (nonchè scontate) sequenze d'azione.
Con una prospettiva abbastanza monodirezionale (americani buoni, arabi cattivi, americani pieni di problemi, arabi pieni di certezze) Ridley Scott confeziona forse il suo film più noioso. Due ore e dieci di intrighi, accordi, informazioni e litigate per parlare di una guerra atomizzata che si combatte attraverso la tecnologia e il possesso delle informazioni, che si decide ai tavoli e nelle sale torture invece che sul campo.

Con la solita macchina da presi attaccata ai primi piani e l'inserimento finale di una storiella d'amore esile esile Ridley Scott è in continuità con le scelte che ha fatto negli ultimi anni che segnano il passaggio ad un cinema verbale, rilassato e riflessivo (la qualità di tali riflessioni poi è un altro paio di maniche) lontanissimo da quello visivo dei suoi esordi.
Rimane poi tutto da dimostrare quanto possa reggere una eventuale lettura "critica" data dal continuo mostrare il personaggio di Russel Crowe che dà ordini e segue tutto costantemente dall'America, mentre è in piscina, alle feste dei bambini, in casa a guardare la tv ecc. ecc. mentre la parte operativa (Di Caprio) si mette in gioco, si innamora, si ferisce e rischia la vita.

Sunday, April 13, 2008

Master And Commander (id., 2003)di Peter Weir

Incredibilmente mancato di poco alla sua uscita cinematografica, sempre consigliatomi ma mai recuperato lo vedo finalmente ora in virtù di una recensione troppo esaltata di un amico e per lui faccio ritorno in un luogo nel quale non mettevo piede da una vita: il videonoleggio.
Dopo aver dovuto firmare centinaia di scartoffie e aver pagato l'improbabile cifra di 7€ esco con il mio DVD noleggiato per due giorni ma senza contenuti extra. Poi dice che il supporto materiale è in crisi...

Master And Commander è tutto quello che promette e anche di più. L'avventura alta, il film che sollazza la carne e lo spirito.
Perfettamente aderente ad ogni impianto hollywoodiano, fondato su caratteri tipici e dinamiche virili note, dotato di tutti i momenti topici che ci si può attendere, è un film come pochi ne esistono in grado di dimostrare che, a saperlo usare, il sistema industriale e quello dei generi americano non è una gabbia ma una griglia da riempire di significati che può aiutare anche a parlar d'altro.
Troppo i temi del film per una trattazione in questa sede, tutti affrontati con semplicità, proprietà, intelligenza e acume. Ma a dominare su tutto, ed è ciò che più mi preme, è il rispetto per lo spettatore con il quale il film è girato. Ogni cosa, ogni particolare della ricostruzione storica, ogni piccola chicca e ogni grande discorso ("Volete vedere una ghigliottina a Piccadilly?!?") sono posti senza enfasi, ogni dettaglio sembra di sfondo e ogni scena sembra abbia poca importanza. Ma è vero l'esatto contrario.
E' il concetto di "testo aperto", nel quale ognuno è davvero in grado di vedere, notare ed esaltarsi per ciò che preferisce e come lo legge senza che (apparentemente) vi sia una mano forte che guida l'interpretazione.

Su tutto regna lui, il capitano, Russel Crowe, perfetto in ogni dettaglio, anche nel fisico (grande e grosso ma non scolpito), un gigante in tutti i sensi che senza dubbi fa la sua migliore interpretazione e regge tutto il film (anche se esso non ne avrebbe bisogno), diretto perfettamente.
Alla fine lo si seguirebbe davvero in capo al mondo Jack Il Fortunato, l'uomo che sa sempre cosa fare, che gestisce la ciurma con pugno di ferro, ma che sa avere una parola buona per tutti e conosce i suoi marinai per nome.

Certo non è poi un film perfetto al 100%, ne è un o di quei film che traggono vantaggio dalla propria imperfezione, dalla propria esagerazione. Ma come dicevo è un esponente del genere dei film di avventura "alti", che è una cosa difficilissima da vedersi, nonchè da realizzarsi.

Ognuno avrà il proprio ma per quanto mi riguarda il momento fondamentale del film è quando il capitano guardando con il cannocchiale la nave francese vede che anche l'altro capitano lo sta guardando. Il film è tutto lì.

Sunday, January 13, 2008

American Gangster (id., 2007)di Ridely Scott


L'ultimo film di Ridley Scott segna il definitivo distacco (se ancora ci fosse stato bisogno di conferme) dell'autore inglese da una dimensione prettamente estetica di cinema e l'approdo ad una più narrativa e inevitabilmente più canonica.
Non fosse per la sequenza finale di sparatoria e "stanamento", il film non porta segni evidenti della mano di Scott tutto poggiato com'è (questa volta sì) sui due protagonisti.
Tratto da un fatto vero, o quantomeno ispirato a personaggi realmente esistiti, American Gangster ruota intorno al concetto di moralità e di etica della professione e di vita, sia essa la vita di un poliziotto o quella di un mafioso ed è l'ultima incarnazione del concetto di qualità mainstream all'americana: nulla di nuovo nella storia e pezzi da novanta che lavorano alla grande ma ognuno nel suo piccolo recinto.
La storia è ancora uno scontro di morali tra due uomini che a modo loro sono due outsiders, un poliziotto troppo morale e odiato dai colleghi corrotti e un mafioso di colore fuori da ogni gang o tribù che si inventa un traffico di droga tutto suo.
Vorrei tanto non scriverlo ma sembra l'ennesima riproposizione dei Duellanti, il mito del conflitto continuo e tenuto a distanza ancora una volta immerso in un contesto storico, poggiato su una ricostruzione che minuziosa non è (ma in fondo poco importa) e ha molto di manicheo (e questo invece importa).

Sotto la patina del "filmone" americano (durata di più di due ore, focus sugli attori di primo piano, personaggi che si propongono come titanici, contrasti forti e netti e una chiara rappresentazione di bene o male, anche quando non sono necessariamente separati) batte poco cuore e se la confezione come sempre è impeccabile (il film scorre che è un piacere e regala le emozioni che vi aspettate) dispiace notare la mancanza totale di quei guizzi che tanto anelo.