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Wednesday, May 12, 2010

Robin Hood (id., 2010)di Ridley Scott

POSTATO SU
FESTIVAL DI CANNES 2010
CONCORSO

Si era detto che doveva essere un Gladiatore in calzamaglia e una volta tanto le banali voci non erano troppo lontane dalla realta'.
Robin Hood e' un racconto speculare a quello di Massimo Meridio, la narrazione della grande ascesa sociale e morale dell'uomo che e' diventato Robin Hood, e che quindi, si afferma implicitamente, non lo e' sempre stato.

Mentre Il Gladiatore partiva dalla gloria, dallo status di grande condottiere nelle grazie dell'imperatore morente, Robin Longstride e' un semplice arciere dell'esercito, poco simpatico ai superiori e non particolarmente carismatico. Ma il vero movimento uguale e contrario rispetto all'altro film e' quello che per la morte del proprio superiore (qui re Riccardo) porta Robin in alto, facendolo diventare un nobile di alto lignaggio per convenienza di tutti (in primis sua che altrimenti sarebbe tornato a fare una vitaccia) mentre Massimo Meridio veniva deportato come i normali gladiatori e da li' partiva la sua vendetta.

Robin Hood non e' quindi un vengeance movie sotto mentite spoglie come Il Gladiatore anche se lo stesso qualcosa da vendicare c'e', ma non e' personale. Il principe Giovanni prende il potere e l'eroe si trova a combattere, come vuole la leggende, al fianco dei poveri.
Dunque il movimento contrario di ascesa e lotta per i piu' umili e' speculare a quello di discesa e lotta CON i piu' umili del Gladiatore, ed e' il piu' grande punto in comune per un film che per il resto riduce al minimo storico violenza e sesso per ottenere il visto di censura dai 13 anni in poi, spalmando melassa ovunque.

Tutto quello che avevamo amato nei decenni passati di Ridley Scott e' ormai scomparso ma anche il senso dell'epica con il quale era riuscito a pervadere un'opera curiosa come Il Gladiatore qui manca. E non basta la credibilita' del corpo di Russel Crowe (uno dei pochi miliardari del pianeta in grado di sembrare e occupare realmente il posto di un umile sullo schermo) a dare al film una vera attrattiva.
Tra cuochi che diventati arcieri per contingenza che decidono le sorti della storia e combattimenti al ralenti (ancora????) Robin Hood e' disgraziatamente noioso. Noioso, lungo e senza eccessi di alcun tipo. Il mix peggiore che ci sia.

Monday, November 3, 2008

Nessuna Verità (Body Of Lies, 2008)di Ridley Scott

POSTATO SU
Uomini che interagiscono che si specchiano l'uno nell'altro e che sono l'uno l'opposto dell'altro nonostante stavolta siano dalla stessa parte della barricata. Se in American Gangster si seguivano le storie parallele di un gangster in ascesa e di un poliziotto sulle sue tracce, due figure a loro modo "morali", qui si segue in parallelo il lavoro di un agente della CIA operativo in medio oriente e il suo capo che dagli Stati Uniti lo segue e gli dà istruzioni, due figure con valori diversi ma che devono trovare il modo di convivere.

Benchè lo scheletro e l'impianto rimanga lo stesso stavolta la cornice non è più il gangster movie ma il film di guerra moderno, quello dagli scenari medio orientali, dalla macchina a mano e dai mille intrighi politici che sostituiscono e quasi soffocano le poche e molto dilatate (nonchè scontate) sequenze d'azione.
Con una prospettiva abbastanza monodirezionale (americani buoni, arabi cattivi, americani pieni di problemi, arabi pieni di certezze) Ridley Scott confeziona forse il suo film più noioso. Due ore e dieci di intrighi, accordi, informazioni e litigate per parlare di una guerra atomizzata che si combatte attraverso la tecnologia e il possesso delle informazioni, che si decide ai tavoli e nelle sale torture invece che sul campo.

Con la solita macchina da presi attaccata ai primi piani e l'inserimento finale di una storiella d'amore esile esile Ridley Scott è in continuità con le scelte che ha fatto negli ultimi anni che segnano il passaggio ad un cinema verbale, rilassato e riflessivo (la qualità di tali riflessioni poi è un altro paio di maniche) lontanissimo da quello visivo dei suoi esordi.
Rimane poi tutto da dimostrare quanto possa reggere una eventuale lettura "critica" data dal continuo mostrare il personaggio di Russel Crowe che dà ordini e segue tutto costantemente dall'America, mentre è in piscina, alle feste dei bambini, in casa a guardare la tv ecc. ecc. mentre la parte operativa (Di Caprio) si mette in gioco, si innamora, si ferisce e rischia la vita.

Sunday, January 13, 2008

American Gangster (id., 2007)di Ridely Scott


L'ultimo film di Ridley Scott segna il definitivo distacco (se ancora ci fosse stato bisogno di conferme) dell'autore inglese da una dimensione prettamente estetica di cinema e l'approdo ad una più narrativa e inevitabilmente più canonica.
Non fosse per la sequenza finale di sparatoria e "stanamento", il film non porta segni evidenti della mano di Scott tutto poggiato com'è (questa volta sì) sui due protagonisti.
Tratto da un fatto vero, o quantomeno ispirato a personaggi realmente esistiti, American Gangster ruota intorno al concetto di moralità e di etica della professione e di vita, sia essa la vita di un poliziotto o quella di un mafioso ed è l'ultima incarnazione del concetto di qualità mainstream all'americana: nulla di nuovo nella storia e pezzi da novanta che lavorano alla grande ma ognuno nel suo piccolo recinto.
La storia è ancora uno scontro di morali tra due uomini che a modo loro sono due outsiders, un poliziotto troppo morale e odiato dai colleghi corrotti e un mafioso di colore fuori da ogni gang o tribù che si inventa un traffico di droga tutto suo.
Vorrei tanto non scriverlo ma sembra l'ennesima riproposizione dei Duellanti, il mito del conflitto continuo e tenuto a distanza ancora una volta immerso in un contesto storico, poggiato su una ricostruzione che minuziosa non è (ma in fondo poco importa) e ha molto di manicheo (e questo invece importa).

Sotto la patina del "filmone" americano (durata di più di due ore, focus sugli attori di primo piano, personaggi che si propongono come titanici, contrasti forti e netti e una chiara rappresentazione di bene o male, anche quando non sono necessariamente separati) batte poco cuore e se la confezione come sempre è impeccabile (il film scorre che è un piacere e regala le emozioni che vi aspettate) dispiace notare la mancanza totale di quei guizzi che tanto anelo.

Friday, December 14, 2007

Blade Runner: The Final Cut (id., 2007)di Ridley Scott

Ci lamentiamo sempre delle distribuzioni ma quando è arrivata notizia di un Final Cut di Blade Runner destinato ai DVD ad alta definizione (totalmente rimasterizzato, senza più la voce off e con minuscole modifiche e correzioni di errori) in molti si sono augurati un ritorno nelle sale del film, anche negli Stati Uniti (segno che nemmeno lì era scontato) e così è stato anche da noi. Certo non è stato facile vederlo, in una città come Roma è stato 2 settimane in un cinema solo, tuttavia c'era.

Detto questo è difficilissimo approcciarsi ad un film simile, non tanto per la sua grandezza quanto per l'aura che ha assunto e per l'importanza che volenti o nolenti ha assunto nei decenni. Prima ancora di vincere come pellicola infatti Blade Runner ha vinto come fenomeno, ha segnato il cinema e i costumi.
Io poi era veramente molto tempo che non lo rivedevo, tanto da non ricordare più come era l'originale e avere qualche vago ricordo del primo director's cut. Non dico che è stato come vederlo la prima volta ma molte immagini le avevo sicuramente dimenticate. E poi non l'avevo mai visto al cinema.
E' difficilissimo approcciarsi ai mostri sacri del cinema ma per fortuna là dove il cervello ha delle difficoltà arriva il corpo. Le immagini continuano ad ossessionarmi, non penso ad altro.
Blade Runner continua a vincere (e vincere bene) a decenni di distanza e la sua è una vittoria che è prima estetica che contenutistica (dei contenuti infatti non parlo perchè già si è (giustamente) detto tutto il dicibile). L'incredibile operazione di Scott infatti è stata usare gli strumenti corretti, la musica di Vangelis (misteriosamente perfetta), l'universo immaginifico di Moebius e Enki Bilal, il linguaggio dei noir anni '40, tutto per i contenuti di Dick (rispettati come poche volte capita). Di Scott c'è veramente poco, ma il suo lavoro è stato veramente quello del regista: coordinare le varie parti, i contributi di altre intelligenze per creare qualcosa di nuovo e di coerente, una visione delle cose che parte solo da contributi esterni ma approda a soluzioni nuove.
L'uso che fa dell'acqua è un ottimo esempio. Gli elementi, sia atmosferici sia naturali, sono infatti una parte fondamentale del noir, sempre molto legato all'atmosfera (nel senso metereologico) e la poco realistica sovrapresenza di acqua (dalla pioggia, alle stanze allagate, ai vestiti bagnati, ai replicanti sempre bagnati anche al chiuso) è una delle componenti più importanti nel creare la coerenza di un mondo a tinte forti.
Quello che manca al Ridley Scott di oggi è proprio ciò che rende grande Blade Runner, la volontà e l'impegno di cercare tante fonti di ispirazione diverse, cercare instancabilmente per ogni componente della messa in scena il riferimento perfetto, l'abbinamento più adatto. In una parola: l'impegno.
Non avevo mai notato poi quanto il regista sia stato rigoroso nel dirigere il film. Più che per Alien e I Duellanti, la macchina da presa si muove pochissimo e solo in modi essenziali, il montaggio è molto sobrio e all'insegna dell'invisibilità, tutto il contrario dello stile modernista e della saturazione visiva che invece propone nelle immagini.
Inoltre è cortissimo Blade Runner, solo 90 minuti, i personaggi sono solo accennati (il replicante ribelle e sanguinario, il cacciatore disperato e solo, il replicante triste in cerca d'amore...) e l'intreccio è veramente minimo (Deckard li trova tutti e 4 subito e loro in un attimo arrivano dal loro creatore), perchè è lo scenario a contare. Sembra quasi che possa succedere di tutto in Blade Runner anche un finale lieto (come era) senza che se ne intacchi la potenza, poichè il segreto è da un'altra parte, è in quell'universo fatto di raggi B che balenano nel buio, di pioggia costante, di lunghi e lenti viaggi in macchina volante con i tagli della luce del sole sul volto di Harrison Ford e di strutture piramidali, fatto di Asia preponderante e di muri e scenari rovinati come lo sono gli uomini che vi prendono parte, tutti accennati e sfuggevoli.

Tuttavia cosa c'è che a 25 anni di distanza non regge più? A mio parere la scena d'amore tra Deckard e Rachel con il sassofono di sottofondo, che è proprio banalmente noiresca e suona oggi come una caduta di stile e l'intellettualismo sfoggiato dal replicante "eletto". Incredibilimente invece regge la tecnologia futuristica, anche se assolutamente sbagliata, ancora analogica ed evoluta in direzioni che non stiamo assolutamente seguendo. Se nel 1982 poteva essere la tecnologia del futuro, oggi che non lo può più essere, continua tuttavia a reggere creando ancora più la sensazione non di un mondo futuro ma di uno parallelo.

Non nego ad ogni modo che nel momento fondamentale, poco prima dell'attacco del discorso finale, delle memorie perse come lacrime nella pioggia, mi è quasi venuto da ridere tanto mi sembrava che questa volta Rutger Hauer esitasse a pronunciarlo per creare attesa. Nei secondi che lo hanno preceduto, quelli in cui lui e Harrison Ford si guardano sotto la pioggia, mi era venuta una voglia incredibile di urlare nel cinema silenzioso: "Vai parti!". Tanto lo aspettavamo tutti quel momento.