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Monday, March 7, 2011

Il buongiorno del mattino (Morning Glory, 2010)di Roger Michell

POSTATO SU
Strano film questo. Davvero. Unisce alcuni acuti da cinema degno di miglior causa ad altri momenti terribili, prestazioni eccellenti e un'idea di fondo quantomeno questionabile.
Roger Michell è stato già regista di Notting Hill, film discutibile (anche discutibilissimo) ma di certo dall'abile fattura, e così anche Il buongiorno del mattino comincia sotto i migliori auspici.
La giornalista priva di credenziali e titoli di studio che da un piccola tv passa ad un network di medio livello, produttrice esecutiva (dunque responsabile) di una trasmissione del mattino di quelle tutte ricette e talk con animaletti carini, parte benissimo. E ancora meglio si mettono le cose quando entra in scena Harrison Ford.

Ford appartiene a quella categoria di attori hollywoodiani che sono stati grandi ma che da almeno un decennio hanno deposto le armi. Attori che fanno molti, anche moltissimi film, senza però impegnarsi, che non scelgono più (o non sono scelti per) ruoli audaci, che non cesellano un carattere degno di nota da non si sa più quanto e rimangono legati ai loro personaggi più antichi.
Contrariamente a questa tendenza il reporter d'assalto, tutto d'un pezzo, arrogante e pieno di premi cui dà vita in Il buongiorno del mattino è un bel personaggio davvero. C'è un lavoro sulla voce, uno sul corpo, sulla postura, sul trucco, i capelli e la parlata che è una meraviglia e che dà i suoi frutti. Il grande conduttore e giornalista che per un cavillo del suo contratto è costretto a dedicarsi alla trasmissione del mattino ha un'aura fantastica. Perfetto.

Poi però accade l'irreparabile, il film svacca. Muore ogni impulso, ogni idea e ogni velleità a favore di una chiusa dalla morale stranissima che potrebbe spiegare come mai il film avrà una distribuzione "minimo indispensabile" nel nostro paese.
L'idea di fondo è che il grande giornalismo (il personaggio di Harrison Ford) e l'intrattenimento per tutti (le esigenze del programma del mattino) possono coincidere. Ma la forma in cui alla fine coincidono, quella che il film approva e promuove, è la più becera spettacolarizzazione del giornalismo. Reporter torturati e ridicolizzati per alzare l'audience, conduttori travestiti o ai fornelli e servizi ridicoli. tutto ciò che qui da noi si condanna e che in America, apparentemente, è esempio di buona televisione.
Mistero.

Thursday, December 17, 2009

Sherlock Holmes (id., 2009)di Guy Ritchie

POSTATO SU
Il personaggio di Sherlock Holmes sarebbe un eroe d'azione come molti altri o uno dei tanti abili solutori d'omicidi di cui è costellata la letteratura mondiale se non fosse per la fissazione sul metodo deduttivo.
Volendo per un momento accantonare tutta l'importanza della prosa di Arthur Conan Doyle e occupandosi unicamente dello Sherlock Holmes cinematografico, quello che lo rende un personaggio speciale non è certo l'ambientazione, le avventure o la complessità delle trame (siamo dalle parti del resto della produzione di genere) quanto la possibilità di mostrare i suoi micidiali ragionamenti nel loro dispiegarsi. In questo era stato ottimo il sottovalutatissimo Piramide di Paura.

Il grande fascino di Sherlock Holmes è la sua superiorità manifesta che sconfina in arroganza intellettuale. Posto all'altro estremo di Colombo, Holmes è palesemente migliore degli altri e lo dimostra in ogni cosa che fa, interessante in questo senso che sia stato scelto per interpretarlo proprio Robert Downey Jr., tornato al successo cinematografico con un altro personaggio affascinante perchè invidiabile ovvero il Tony Stark di Iron Man.

Il segreto di un film su Sherlock Holmes quindi è riuscire ad incastrare nel racconto giallo, cioè il racconto del disvelamento di un omicida o comunque delle trame ordite da un colpevole, il racconto dei percorsi mentali dell'ispettore. Contrariamente al solito il lettore/spettatore non si diverte a tentare di indovinare il colpevole, perchè la risoluzione è impossibile per tutti tranne che per Holmes, ma si diverte a vedere l'abilità del protagonista.
Tutto questo per dire che Guy Ritchie comprende e cavalca questa componente, ritraendo uno Sherlock Holmes si pieno di tormenti ma anche disumano per quanto è straordinario, allargando la fenomenale abilità deduttiva del detective anche ad altri ambiti come quello delle risse, nelle quali Holmes deduce i punti deboli degli avversari calcola le mosse e poi le esegue perfettamente.

Sherlock Holmes è un film lontano dai caratteristici intrecci forsennati che fino ad oggi rendevano unici i film di Ritchie ma che in un certo senso proprio nel suo specifico, cioè nel mostrare i ragionamenti deduttivi o le abili mosse, recupera il montaggio personale del regista che è la cifra del suo sotrytelling. Esattamente là dove serve.
Il risultato finale è un film divertente, rapido e fascinoso ma non esaltante. Un'opera molto poggiata sul carisma del protagonista e che si diverte a sondare la perfezione dei ragionamenti, riservandosi il piacere di lasciar intuire la debolezza di fronte all'altro sesso e il legame abbastanza ambiguo con Watson.

Fuori da tutti i discorsi poi ci sarebbe da dire che questo Holmes sembra Lupin III. E' infallibile, arrogante, spiritoso e divertente. E' in grado di mettere nel sacco tutti tranne la ragazza per cui è invaghito e che fa un mestiere quasi opposto/concorrente al suo, lei si fa aiutare da lui e all'ultimo cerca di fregarlo, è la sua femme fatale desiderabile e astuta che lo strega a modo suo e lo utilizza.
A voler esagerare, dati i toni esoterici della trama, mi viene da pensare ad un episodio specifico di Lupin (giacca verde, quindi miyazakiano) in cui smaschera uno che si fingeva dotato di poteri.

Friday, April 10, 2009

State Of Play (id., 2009)di Kevin Macdonald

POSTATO SU
Hollywood ha una lunga tradizione di thriller politici, film che ambientano storie di intrighi e misteri a Washington andando a rimestare con l’attualità. Si tratta del modo in cui gli americani indagano su se stessi, non tramite inchieste vere (come è capitato al cinema italiano) ma tramite fatti di finzione che rappresentano il sentire comune in un dato momento nei confronti della politica, delle istituzioni e dei media.

Anche prima di Tutti Gli Uomini Del Presidente questo genere è stato molto praticato ma il film di Pakula ne ha definito gli standard estetici e di racconto che ancora sono validi e che si ritrovano anche in State Of Play, film che prende le mosse da un’omonima serie per la televisione britannica senza necessariamente ricalcarne tutta la struttura.
Russell Crowe è un cronista d’assalto vecchio stampo del Washington Post mentre Rachel McAdams è una nuova leva che lavora ai blog del giornale. Il primo disprezza la seconda ma sarà costretto a collaborare con lei su una storia che intreccia fatti scabrosi della vita privata di un politico suo amico (argomento del blog) e omicidi per motivi di droga (argomento del cronista). Il politico è Ben Affleck.

Il film dunque prende le mosse palesemente dal mondo del giornalismo per mostrare i legami con la politica e affermarne in fondo l’indipendenza e l’importanza di fronte come al solito ad un sistema corrotto. Rispetto al solito però il film è decisamente più speranzoso, in questo è decisamente più obamiano, cioè appartiene ad un nuovo corso per il quale la politica è sempre quella passibile di corruzione, ma in fondo la speranza in un domani migliore è più viva che mai.

L’intreccio, che solitamente è la cosa più dura di questo genere, si lascia seguire con scorrevolezza ed appassiona. Kevin Macdonald è molto abile nel mantenere costantemente vigile l’attenzione dello spettatore giocando con il sistema aspettativa-svelamento. I colpi di scena sono prevedibili quel tanto che basta per instillare il dubbio e scatenare la tensione, così che ad ogni scoperta corrisponda un nuovo obiettivo. La trama è davvero un congegno ad orologeria.
Certo il ritmo non è quello del cinema d’azione o del thriller puro ma il genere ha le sue regole.