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Tuesday, September 7, 2010

Vallanzasca (2010)di Michele Placido

POSTATO SU
FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

La vera grande sfortuna di Vallanzasca è di venire dopo Nemico Pubblico (quello con Vincent Cassel, ma paradossalmente anche quello di Mann). Già la figura di Vallanzasca ricorda, solo per alcuni aspetti, quella di Jacques Mesrine, in più il periodo è il medesimo e il concetto alla sua base (l'epica di una figura discutibile) anche.
Placido di suo applica il "sistema Romanzo Criminale", cioè quel misto di ricostruzione alla buona, dialetto (stavolta non eccezionale), buona azione inusuale nel nostro paese e un tasso di crudezza superiore alle medie italiane che comunque distingue il film.

Il resto è un racconto orchestrato bene ma non in maniera sorprendente, che concentra tutto sul personaggio di Vallanzasca, lasciando agli altri solo le briciole. Addirittura anche l'esuberante per definizione, ovvero Filippo Timi, a cui viene dato il classico ruolo estremo da urla e strepiti del drogato, non riesce ad emergere concretamente ma rimane sempre a margine.

Se però i fatti (quelli veri) sono sorprendenti e raccontati con la giusta dose di epica, e la violenza è presente e molto ben gestita, è tutto il resto a crollare. Vallanzasca sembra fare tutto bene ma senza anima, Placido è sufficientemente rigoroso da realizzare un racconto ben organizzato che opera ellissi quando è giusto e si dilunga là dove serve. Però è come se non avesse un'idea propria. Sì Vallanzasca l'antieroe, l'uomo d'onore, il criminale con un'etica, ma pare tutto uscire dalla bocca di Vallanzasca stesso e non dalle idee di un regista che unisce a ciò che racconta la propria visione delle cose.

Friday, December 19, 2008

The Spirit (id., 2008)di Frank Miller

POSTATO SU
Quello che si diceva era vero.
The Spirit conferma che il meglio di Sin City era opera di Frank Miller e il peggio di Rodriguez, perchè il primo film di Miller da regista al 100% è un'opera a tratti delirante (motivo per il quale difficilmente piacerà al grande pubblico) e, scavalcando l'Hulk di Ang Lee, diventa il film che più di tutti porta su schermo il linguaggio dei fumetti. Anzi forse è il primo vero fumetto che si avvale anche di tecniche cinematografiche.

Innanzitutto il montaggio che, senza le transizioni ad effetto di Ang Lee, applica in tutto e per tutto le soluzioni e le logiche fumettistiche, nel senso che non solo si vede che è stato concepito da una persona abituata a pensare per tavole ma soprattutto cerca di tradurre quelle logiche in modo che abbiano senso al cinema.
Allo stesso modo Miller cerca di tradurre il suo stile visivo in modo che abbia senso al cinema (e questo non sempre riesce) in maniera più estesa e permeante di Sin City. Non si tratta solo di colori poco saturi con alcuni elementi dotati invece di colorazioni piatte e fortissime, c'è molto più senso del dramma ed espressionismo nell'uso che se ne fa. E poi c'è molto più gusto per l'estetica pura. Poche volte avrete il piacere in vita vostra di vedere un film così sfacciatamente preso dal suo lato estetico. E che lato estetico! Ogni inquadratura è un vero gioiello milleriano.

The Spirit poi si avvale di uno stile di racconto fortissimo (anche lì si sente che a scrivere c'è una persona che conosce benissimo le logiche e i meccanismi attraverso i quali raccontare una storia), che non teme il grottesco, l'ironico e i toni più assurdi e quasi imbarazzanti, con ampie e dichiarate concessioni anche al fumetto giapponese nonchè un citazionismo folle ed esagerato sia cinematografico che fumettistico che arriva addirittura a citare se stesso in uno stacco di montaggio (quello con il pupazzo del T-Rex in primo piano) preso da Big Fat Kill che neanche io so come ho fatto a ricordami dai fumetti.

La sapienza milleriana poi si apprezza tutta nella maniera incredibile in cui sottilmente prende una trama, un impianto e delle dinamiche tipiche da fumetto anni '30 e le riadatta oggi. Tanti punti del film sono quasi ridicoli per il semplicismo che mettono in scena, ma non c'è reale ingenuità semmai si tratta del suo contrario, di un'altissima sofisticazione che rende presentabili oggi dinamiche vecchissime e molto semplici. Certo, forse non sempre questa scelta paga, ma il fascino e l'abilità sono indubbie.
Fascino soprattutto di quest'eroe donnaiolo che spesso vediamo con gli occhi rossi e lucidi (e l'eroe che piange davanti alla natura (in questo caso davanti alla città) e ai propri affetti è un topos della letteratura greca antica che l'autore di 300 non può aver azzeccato per caso) del quale non si capiscono bene le proprietà ma la cui vita e il cui status (nonostante il buonismo poco sopportabile) è altamente invidiabile.

Insomma The Spirit non è un film facile, nel senso che nonostante un livello di piacere immediato dato da una storia ben raccontata e dai toni avvincenti (la vera avventura vecchio stile) ha anche moltissimi altri piani di lettura, spesso procede per associazioni non scontate e dunque, ad un occhio meno attento, può apparire naive. Ma non lo è.

Wednesday, April 16, 2008

10 Cose Di Noi (10 Items Or Less, 2007)di Brad Silberling


Non basta una telecamera digitale per fare un film indipendente, non basta girare tutto in esterni e con troupe leggera, non basta avere un budget basso e soprattutto non basta una produzione indipendente.
Il concetto di indie ha infatti assunto valori e significati che vanno oltre o meglio ampliano il significato stretto del termine. Non è il cinema (ma vale anche per la musica) che non si appoggia a grosse produzioni, è soprattutto il cinema che si permette di sperimentare che può avere l'asciuttezza, la freschezza e la spontaneità che spesso manca alle produzioni più grandi e che dà spazio a talenti o idee un po' più anticonvenzionali.
10 Cose di Noi invece è assolutamente convenzionale. Grazie al cielo non è anch'esso indipendente nella maniera "sundancesca", ma lo è lo stesso nella maniera più banale possibile. Non serve una produzione indipendente per fare un film così.

Soprattutto ciò che infastidisce davvero è il modo in cui il film si bea della propria natura indie, come fosse un vanto, lasciando a Morgan Freeman diversi spazi in cui divertirsi e mettendo in scena una sceneggiatura verbosissima e considerazioni molto spicciole sulla vita e le prove cui ci sottopone. Ma il punto ancora è che il cinema indipendente non è là per divertirsi, non è una piccola dimensione in cui registi, autori e attori possono fare un po' quel che vogliono e girare gli stessi film che fanno ad Hollywood solo in maniera più arrembante.
Che senso ha per un regista che già lavora per le grosse produzioni o per un attore rinomato fare un film indipendente se non tentano qualcosa di innovativo?

Certo se dicessi che nella scena finale non mi sono venuti gli occhi lucidi mentirei, ma questo non può fare testo, anzi il fatto che mi abbia così banalmente e facilmente comprato è ancora più sintomo di come si tratti di un film che riunisce gli stereotipi del cinema indipendente con un obiettivo ben preciso. O per dirla con ancor più astio, è il cinema indipendente visto dall'alto del cinema hollywoodiano con boria e arroganza.

Ecco dico "No!" a questo tipo di indipendenza!
Ma dico "Si!" a Paz Vega.