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Tuesday, November 4, 2008

The Burning Plain (id., 2008)di Guillermo Arriaga

POSTATO SU
Se c'è una caratteristica unica e isolabile delle sceneggiature di Arriaga (oltre a questa anche Babel, Le Tre Sepolture, 21 Grammi e Amores Perros sono sue) è la solitudine di personaggi inconsapevoli di esserlo e incapaci di vincerla, che anzi quando tentano di porvi rimedio fanno anche peggio.
Odiatissimo dalla critica ufficiale e non, specialmente quando in coppia con Inarritu, adesso decide di portare da solo su schermo un suo scritto confezionando con Burning Plain un'opera che solo per piccoli elementi si allontana da come Inarritu trattava i suoi script (ma Inarritu comunque dirige meglio).

E' intelligente Arriaga, conosce i suoi limiti e sa che ovviamente il punto di forza del film starà nella scrittura, così dirige senza guizzi optando per una sottolineatura cromatica delle diverse dimensioni del film (4 come gli elementi della natura) e per alcuni raccordi di montaggio che passano improvvisamente da Jennifer Lawrence a Charlize Theron per spiegare che si tratta del medesim personaggio in momenti diversi della vita (il nome però non è lo stesso perchè negli anni trascorsi tra i due momenti lo ha cambiato).

Come sempre la volontà di raccontare una storia dotata di un intreccio forte, spiegato con abilità e senza linearità temporale, si unisce all'altra idea tipica di Arriaga cioè di un mondo di "fatti" legati gli uni agli altri in un modo o nell'altro e quindi in un certo senso concausantesi che di fatto stringono i personaggi e li condizionano.
Però come sempre alla fine della fiera, andando a stringere davvero da tutto questo intreccio, da tutti i riferimenti e da tutta l'indubbia abilità non emergono personaggi interessanti nè tantomeno situazioni clamorose, bensì figure umane poste di fronte a scelte già raccontate dal cinema che non sono affrontate in maniera nè particolarmente empatica nè particolarmente efficace.
Anche Burning Plain è in fondo solamente un gran bel girare in tondo.

Sunday, May 25, 2008

Mai Dire Mai (Never Say Never Again, 1983)di Irvin Keshner

Il Bond che non è un Bond, Mai Dire Mai è fuori dalla continuity ufficiale della serie ma comunque rimane un film con protagonista James Bond tratto dalla medesima opera di Ian Fleming da cui era tratto Thunderball. Il problema semmai è la gestione del franchise.

A dirigere c'è Irvin Kershner, già mano di George Lucas nella direzione del secondo episodio (o quinto, a seconda dei conteggi) di Guerre Stellari, e a scrivere Lorenzo Sample Jr. che può vantare un curriculum di alti e bassi con punte come Papillon e I Tre Giorni Del Condor ma anche abissi come King Kong e Sheena.
Il risultato è decisamente fiacco oltre che poco originale. Innanzitutto c'è una revisione della figura di M decisamente poco fortunata, inoltre la trama a non avvince in nessun punto e non bastano alcuni bondismi sparsi, non bastano le occhiate furbe di uno Sean Connery irrimediabilmente più vecchio e meno credibili nè le frasi ad effetto o la sempre vigile cortesia che vige nei rapporti tra Bond e i suoi nemici.
Mai Dire Mai non si avvicina nemmeno al rigore e alla perfezione orchestrati da Terence Young in Thunderball. basterebbe il solo confronto tra Adolfo Celi e Klaus Maria Brandauer nei panni del nemico Largo a rendere l'idea.

Il punto è che in Mai Dire Mai non si crea quel meccanismo virtuoso che determina il successo dei film di Bond ovvero il desiderio sfrenato d'identificazione in quello che dovrebbe essere la quint'essenza del superuomo. E questo non accade non perchè egli non sia tale in questo film ma perchè non c'è un sistema di narrazione e una forma di racconto che ce lo restituiscano effettivamente come tale a livello emozionale.

Mai Dire Mai è un Bond freddo, magari superiore ai molti Bond senza Connery (o sarebbe meglio dire senza Terence Young) ma decisamente sotto qualsiasi aspettativa.