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Monday, February 14, 2011

Un Gelido Inverno (Winter's Bone, 2011)di Debra Granik

POSTATO SU
La grande e ancora crescente ondata di film indipendenti americani che ha invaso sale e festival (principalmente il Sundance) negli ultimi 10 - 15 anni, ha un merito indiscusso, quello di aver cominciato a fare una riflessione fondata sulle immagini dell'America reale, sulla sua dimensione estetica come espressione di quella etica.
Mai come nei film indipendenti abbiamo visto statunitensi veri, sovrappeso, con le rughe e disperati. Nemmeno nel cinema della New Hollywood si osava tanto in termini di adesione al paese reale.

Un Gelido Inverno condivide con il genere cui appartiene (un genere identificato unicamente dalla modalità produttiva) quest'idea e sa portarla con intelligenza alle estreme conseguenze. Senza condire il suo ritratto americano della ruffianeria in cui l'indie sembra spesso rifugiarsi Debra Granik filma una provincia tra le peggiori mai viste. Un colpo d'occhio visivo da pugno allo stomaco, un microcosmo dove la disperazione è innanzitutto in quegli spazi che solitamente sono il rifugio estetico americano (grandi spazi naturali, grandi spazi urbani).
E così un film non eccezionale, che è solo preparazione e mai esplosione, riesce a trovare uno spazio nella testa e nella pancia dello spettatore.

Gente orrenda che vive in posti orrendi e ovviamente ha rapporti orrendi e fa cose orrende. Un Gelido Inverno racconta solo uno di quelli che possiamo immaginare essere stati tanti passi evolutivi nella formazione di una ragazza che bada a tutta la famiglia (madre inclusa) e che deve affrontare la progressiva scoperta del massacro del padre (che già non amava tanto).
Jennifer Lawrence è bravissima. La sua espressione impassibile ha quella fissità e quella durezza nello sguardo che si ritrovano nelle facce di chi ha visto di tutto già da minorenne. E' uno specchio immobile su cui rimbalzano le atrocità che guarda e che sono ancora più atroci perchè perpetrate da o a carico di una ragazza 17enne.

Tuesday, November 4, 2008

The Burning Plain (id., 2008)di Guillermo Arriaga

POSTATO SU
Se c'è una caratteristica unica e isolabile delle sceneggiature di Arriaga (oltre a questa anche Babel, Le Tre Sepolture, 21 Grammi e Amores Perros sono sue) è la solitudine di personaggi inconsapevoli di esserlo e incapaci di vincerla, che anzi quando tentano di porvi rimedio fanno anche peggio.
Odiatissimo dalla critica ufficiale e non, specialmente quando in coppia con Inarritu, adesso decide di portare da solo su schermo un suo scritto confezionando con Burning Plain un'opera che solo per piccoli elementi si allontana da come Inarritu trattava i suoi script (ma Inarritu comunque dirige meglio).

E' intelligente Arriaga, conosce i suoi limiti e sa che ovviamente il punto di forza del film starà nella scrittura, così dirige senza guizzi optando per una sottolineatura cromatica delle diverse dimensioni del film (4 come gli elementi della natura) e per alcuni raccordi di montaggio che passano improvvisamente da Jennifer Lawrence a Charlize Theron per spiegare che si tratta del medesim personaggio in momenti diversi della vita (il nome però non è lo stesso perchè negli anni trascorsi tra i due momenti lo ha cambiato).

Come sempre la volontà di raccontare una storia dotata di un intreccio forte, spiegato con abilità e senza linearità temporale, si unisce all'altra idea tipica di Arriaga cioè di un mondo di "fatti" legati gli uni agli altri in un modo o nell'altro e quindi in un certo senso concausantesi che di fatto stringono i personaggi e li condizionano.
Però come sempre alla fine della fiera, andando a stringere davvero da tutto questo intreccio, da tutti i riferimenti e da tutta l'indubbia abilità non emergono personaggi interessanti nè tantomeno situazioni clamorose, bensì figure umane poste di fronte a scelte già raccontate dal cinema che non sono affrontate in maniera nè particolarmente empatica nè particolarmente efficace.
Anche Burning Plain è in fondo solamente un gran bel girare in tondo.