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Monday, February 1, 2010

The Gamer (id., 2010)di Mark Neveldine e Brian Taylor

POSTATO SU
FUTURE FILM FESTIVAL 2010
ANTEPRIMA

Dopo la deviazione in stile Troma di Crank 2 (eccessivo in tutti i sensi, con un accumulo di azione sragionata da troppo che stroppia) Neveldine e Taylor sembrano ritrovare una vena più irregimentata nei dettami hollywoodiani ma comunque foriera del loro stile votato ad una concezione del cinema d'azione molto più libera e godereccia della media dei film americani. Non c'è traccia in loro di quel fastidioso buonismo o puritanesimo che contamina i prodotti di largo consumo statunitensi. Soprattutto sembrano tornare a quella che era la vera novità di Crank ovvero il modo in cui il modo di concepire un racconto d'azione si relazionava ai videogiochi.

In The Gamer il legame è ancora più diretto poichè la metafora è chiara anche nella trama. Si racconta una storia tra Nirvana, Death Race, Rollerball e L'Implacabile in cui in un carcerato agisce in un gioco seguitissimo con il beneplacito del sistema carcerario che, in accordo con la società sviluppatrice del gioco, ci guadagna. La differenza rispetto al solito è che il protagonista del film, l'unico giocatore ad avvicinarsi alle 30 vittorie consecutive e quindi alla libertà, non agisce per conto proprio ma, come anche gli altri giocatori, è un essere umano controllato a distanza da un player, un ragazzo che lo muove come muoverebbe un personaggio di un videogioco. L'abilità finale è data dunque dai comandi del primo e dalla rapidità di esecuzione del secondo.

Il riferimento principale per la messa in scena delle sequenze di azione sembrano i first person shooter o i giochi in terza persona come Gears Of War, ma esiste anche un'altra parte di trama che coinvolge un mondo virtuale in stile Second Life sempre caratterizzato dall'avere persone vere che agiscono per conto di altri e non personaggi digitali. In questo senso il cinema invade i mondi virtuali propriamente detti portando l'umano là dove regna il digitale (un movimento opposto al resto dell'industria filmica).
La storia, ancora una volta, è quella della vittoria dello spirito sulla materia, del sovvertimento di un piano di controllo della società e della liberazione individuale dal controllo di chi gestisce questi apparati (che poi sarebbe Dexter). Sebbene dunque con la storia Neveldine&Taylor procedano su binari consueti è con il ritmo frenetico dell'azione (meno ironica che in passato), e con il modo con cui sanno dare forma ad un eroe invincibile seppur credibile, che parlano di un nuovo modo di concepire quel genere di film, un modo che tiene conto del fatto che l'action è divertimento e che non è più un'esclusiva del cinema ma ci sono altri mezzi d'espressione con cui negoziare tecniche, soluzioni ed idee.

Friday, December 21, 2007

L'Amore Ai Tempi Del Colera (Love in the Time of Cholera, 2007)di Mike Newell


L'Amore Ai Tempi Del Colera è il classico film che facilmente sconfina nella categoria "film di attori", cioè quelle pellicole nelle quali tutto è affidato alle prestazioni degli attori (solitamente di grosso calibro) e in funzione loro viene ridefinito tutto il resto.
Questa volta ci sono Javier Bardem, Giovanna Mezzogiorno e John Leguizamo (in una parte più defilata) e come base il libro di Marquez. Come era prevedibile la storia e i personaggi vincono, anzi hanno già vinto, sono interessanti, intriganti, completi e quant'altro, è semmai il cinema a perdere.
Come infatti capita spesso per i "film di attori", il cinema è trascurato e la messa in scena si crogiola in lunghe battute, primi piani intensi e molte scene madri lasciando appunto all'interpretazione degli attori la comunicazione dei significati del film e non alla più usuale grammatica del cinema. Per questo il cinema viene sconfitto, perchè il suo linguaggio viene ridotto e semplificato ad una sola delle sue dimensioni.
Certo va dato atto Newell di riuscire nell'impresa non facile di non rendere ridicole le situazioni e i personaggi che considerando la storia potevano risultare comici sullo schermo, inoltre riesce anche a trattenere le gigionerie di personaggi come Leguizamo (fiammeggiante eppur moderato in un ruolo che è una chicca). Ma altro non c'è. O meglio c'è Bardem.

Forse Javier Bardem al momento è l'unico attore per il quale direi che vale la pena andare al cinema unicamente per vederlo, l'unico dotato di uno sguardo, di una posa e di un modo di stare davanti alla macchina da presa che sono cinema e non recitazione, che è linguaggio del corpo e non parole, che è messa in scena e non teatralità.