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Monday, April 19, 2010

Basilicata Coast To Coast (2010)di Rocco Papaleo

POSTATO SU
Si potrebbe dire che non ha ritegno Basilicata Coast To Coast nel modo in cui promuove e mostra la regione in questione, se non fosse che questo è uno dei due punti positivi del film. Rocco Papaleo non è un regista, sebbene qui questo sia il suo ruolo, e scegliere un progetto personale per l'esordio al cinema è sicuramente un'idea lucida, per questo l'eccesso di amore per la sua terra (raramente cantata al cinema) è un elemento di sincerità sentimentale che funziona anche quando sfocia nel provincialismo e nel campanilismo.

L'altro elemento che indubitabilmente gira per il verso giusto è l'umorismo. Scritto da Walter Lupo Basilicata Coast To Coast può contare su una serie di battute, situazioni e trovate comiche efficaci e a loro modo originali. Certo siamo sempre dalle parti della scuola classica dell'umorismo cinematografico italiano, quello che ironizza sull'inadeguatezza della nostra mentalità, dei nostri luoghi e del nostro mondo a stare al passo dei miti (e quindi tempi) dettati da produzioni e sistemi culturali più forti (principalmente quelli americani), da cui anche tutta l'idea centrale della trama e il titolo del film. Inoltre, come si conviene, quest'inadeguatezza di facciata in realtà suggerisce in maniera più sottile che proprio questa cialtroneria ingenua (ma romantica) sia la forza di un popolo dalle sane tradizioni. Si potrebbe argomentare che questa sia la peggiore delle visioni del mondo (o di paese) ma decisamente non è di interesse ora.

Detto di come Basilicata Coast To Coast sia un film molto divertente, tra i più divertenti dell'anno, non si può non sottolineare come sia un film assolutamente non riuscito che fatte salve le componenti elencate non azzecca più nulla, navigando nell'insipienza.
I punti deboli sono tali e tanti che è difficile non dare la colpa alla regia (che tutti li coordina). La sceneggiatura, battute a parte, è un colabrodo, la recitazione è ai minimi storici (e ne fanno le spese soprattutto quegli attori o quelle attrici, come Giovanna Mezzogiorno, che hanno sempre bisogno di un regista che li indirizzi e li manovri con cura), l'organizzazione della narrazione si fa forza della dinamica del viaggio (che giustappone momenti e situazioni diverse con la giustificazione dello spostamento) ma quando deve gestire relazioni e sentimenti crolla. Tutto questo è dimostrato dal personaggio di Max Gazzè, muto e funzionante per quasi tutto il film, ma inevitabilmente convertito alla parola nel finale con una soluzione povera e deludente.

Come al solito sembra che nel nostro cinema non ci sia comunicazione tra le diverse componenti di un film e che all'eccesso di cura di una, corrisponda la trascuratezza di altre, proprio come in un essere umano è difficile che le doti siano bilanciate mentre è più facile che si sappia fare bene solo qualcosa. Per il resto bisognerebbe affidarsi (ma affidarsi davvero) a chi ha altri doni o altre abilità.

Tuesday, May 19, 2009

Vincere (2009)di Marco Bellocchio

POSTATO SU
Ha un titolo bellissimo l’ultimo film di Bellocchio, già futurista, già slogan, già fascio al 100%. E ha un inizio ancor più fulminante capace di giocare con il tempo nello stesso modo con cui gioca con le immagini di repertorio, le immagini di repertorio finte e le immagini girate. Un modo di raccontare l’incontro tra Benito e Ida, lo scatenarsi della passione e le sue motivazioni (ovvero il fascino dell’uomo Benito per la donna Ida) poco convenzionale per il nostro cinema e molto poggiato sulle spalle di Daniele Ciprì, inedito direttore della fotografia per qualcuno che non sia Franco Maresco o Roberta Torre, bravissimo. Ma bravissimo è anche poco.

Sovrimpressioni, viaggi avanti e indietro, premonizioni future e arroganze presenti. Vincere da subito comincia a fare in maniera speciale e convincente cose molto semplici che altrove potrebbero sembrare (e in passato sono sembrate) da quattro soldi, espressione di povertà inventiva. Il suo modo di riprenderle e di mostrarle invece le rende potenti. Ad esempio l’espediente di mostrare il presente motivando ogni azione con la consapevolezza degli eventi futuri, che io stesso ho spesso criticato aspramente, in questa sede e con questi modi diventa una scelta audace e appagante, perchè Bellocchio e Ciprì creano senso intorno a quest’idea attraverso una messa in scena in grado di parlare.

E dico “Ciprì e Bellocchio” perchè la fotografia, una volta tanto, non è solo una meravigliosa serie di scelte esteticamente fulminanti ma anche una serie di invenzioni di composizione, armonia e movimenti di macchina che rendono ogni sequenza un gioiello di grammatica cinematografica. Sempre originale, sempre affascinante, sempre intrigante.
Per fare dei paragoni c’è la bellissima scena del duello, ancora una volta di spada come in L’Ora di Religione.

Purtroppo però dopo la narrazione dei fatti viene la narrazione dei sentimenti e quei momenti sono decisamente meno riusciti, meno dinamici e più ripiegati su un linguaggio stantio e risaputo. Vincere riesce a raccontare decisamente meglio e anche con più coinvolgimento emotivo lo svilupparsi della storia (titanico in questo senso Timi) che lo svilupparsi dei sentimenti. Volendo dividere le sequenze in maniera netta (quelle che portano avanti la trama e quelle che raccontano le emozioni dei personaggi) succede che le seconde siano nettamente svantaggiate, poco convincenti e anche noiose.

Sembra riuscire davvero a dire qualcosa solo quando mostra come il modo di pensare mussoliniano che contagia la sua famiglia non riconosciuta (tutti parlano per slogan come quando Ida dice: “O lui o nessuno!”) sfocia inevitabilmente nella pazzia. Loro nel manicomio lui sul balcone di piazza Venezia.

Se non fosse per una colonna sonora molto particolare, incalzante e poco italiana che mette una pezza tanti momenti potrebbero davvero risultare sconfortanti. Alla fine invece il risultato complessivo è buono, cosa che però, date le premesse, rimane comunque un peccato.

Monday, April 28, 2008

Tutta La Conoscenza Del Mondo (2001)di Eros Puglielli

Puglielli è stato ritenuto per un certo periodo tra le più promettenti nuove leve del cinema italiano, uno dei pochi determinato a recuperare il cinema di genere ma con un'ottica moderna ecc. ecc.
Tutta La Conoscenza Del Mondo è il suo secondo lungometraggio e il primo ad ottenere una certa visibilità anche in virtù di partecipazioni più importanti (vedi anche la presenza di Albertazzi).
E' fuori di dubbio che Tutta La Conoscenza Del Mondo sia portatore di una visione un po' più fresca della media, anche se il modo di raccontare la storia, il modo di mettere in scena i personaggi e di dare respiro e credibilità a loro e alla trama sono abbastanza immaturi e ricordano a tratti più il cortometraggio allungato che un vero lungometraggio.

Tuttavia Puglielli usa grandangolari e altri obiettivi deformanti per mettere in scena una realtà deformata anche nella recitazione degli attori nonchè nei fatti narrati. Mette insomma in scena un "tutto coerente", il che non è mai male, ma il vero problema è che a fronte di un racconto non eccessivamente appassionante e di personaggio stralunati non c'è altro.
Non c'è empatia, non c'è partecipazione, non c'è coinvolgimento e da tanto anticonformismo non emerge una visione di mondo cui aderire o da respingere, non emergono valori o idee dell'autore. Non emerge in sostanza "autorialismo" (per dirlo con una parola sola che semplifica anche troppo un concetto più complesso), ma questo non sarebbe un problema, sono il primo a sostenere che l'esigenza di fare autorialismo sia una delle tante piaghe del cinema italiano contemporaneo. Il punto è che non solo non c'è autorialismo ma non c'è nemmeno "mestiere", cioè manca pure l'altra possibile dimensione del racconto, quella cioè di una storia fortemente incentrata sui fatti e sull'azione che sia raccontata e messa in scena alla grande e dunque in grado di parlare da sè.

Per questo Tutta La Conoscenza Del Mondo mi appare interessante, ben fatto ma sostanzialmente immaturo e al massimo "promettente". Ma di quali promesse si parli non saprei dirlo nemmeno io.

Friday, December 21, 2007

L'Amore Ai Tempi Del Colera (Love in the Time of Cholera, 2007)di Mike Newell


L'Amore Ai Tempi Del Colera è il classico film che facilmente sconfina nella categoria "film di attori", cioè quelle pellicole nelle quali tutto è affidato alle prestazioni degli attori (solitamente di grosso calibro) e in funzione loro viene ridefinito tutto il resto.
Questa volta ci sono Javier Bardem, Giovanna Mezzogiorno e John Leguizamo (in una parte più defilata) e come base il libro di Marquez. Come era prevedibile la storia e i personaggi vincono, anzi hanno già vinto, sono interessanti, intriganti, completi e quant'altro, è semmai il cinema a perdere.
Come infatti capita spesso per i "film di attori", il cinema è trascurato e la messa in scena si crogiola in lunghe battute, primi piani intensi e molte scene madri lasciando appunto all'interpretazione degli attori la comunicazione dei significati del film e non alla più usuale grammatica del cinema. Per questo il cinema viene sconfitto, perchè il suo linguaggio viene ridotto e semplificato ad una sola delle sue dimensioni.
Certo va dato atto Newell di riuscire nell'impresa non facile di non rendere ridicole le situazioni e i personaggi che considerando la storia potevano risultare comici sullo schermo, inoltre riesce anche a trattenere le gigionerie di personaggi come Leguizamo (fiammeggiante eppur moderato in un ruolo che è una chicca). Ma altro non c'è. O meglio c'è Bardem.

Forse Javier Bardem al momento è l'unico attore per il quale direi che vale la pena andare al cinema unicamente per vederlo, l'unico dotato di uno sguardo, di una posa e di un modo di stare davanti alla macchina da presa che sono cinema e non recitazione, che è linguaggio del corpo e non parole, che è messa in scena e non teatralità.