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Tuesday, January 18, 2011

127 Ore (127 Hours, 2010)di Danny Boyle

POSTATO SU
Danny Boyle ha fatto la cosa più sensata da farsi dopo un successo planetario e multimilionario come The Milionaire. Ha preso cioè un rischio che prima (e forse anche dopo) nessuno gli avrebbe fatto correre per realizzare un progetto a cui probabilmente teneva ma che in cuor suo sapeva essere impossibile da finanziare.
E non aveva torto. Si racconta la vera storia di uno scalatore amatore, un ragazzo qualunque che i weekend fa escursioni nei canyon in totale solitudine. Un incidente banale, una scivolata e finisce in una strettoia con un masso che si incastra tra due pareti bloccandogli una mano. Il masso lo terrà lì inchiodato per 127 ore fino a che non prenderà la più estrema delle decisioni.

127 Ore non è però un film claustrofobico o un esperimento di regia in tempo reale come era Buried. Si concede molti flashback, molte sequenze oniriche, una lunga parte che porta al disastro e molti momenti in cui la realtà si altera per mostrare la percezione sempre più disperata del protagonista. Che poi è uno dei pezzi forti del repertorio del regista assieme ad una narrazione rapida grazie ad un montaggio serrato.
Il risultato non è esaltante per nulla. 127 Ore si dipana tutto per opposizioni logiche con una certa metodicità. Caldo/freddo, ampi spazi/strettoie anguste, folla/solitudine, natura/tecnologia e via dicendo. E una gran parte del film la fanno i dispositivi di ripresa. Si insiste parecchio su come il protagonista si riprenda di continuo (anche prima dell'incidente) mostrando le tecnologie digitali (videocamere e fotocamere) come dispositivi di conferma della realtà. Mi riprendo perchè sono vivo e sono vivo perchè lo testimonia la ripresa.

Temi fortemente registici per un film che non punta davvero sui contenuti quanto sulla messa in scena (in certi momenti veramente fantasiosa come solo Boyle sa fare). Ci sono delle scelte acute, come la fotografia dai colori molto saturi che incastra l'uomo nella natura desolata (pochissimi animali si affacciano), sequenze in time lapse a la Koyanisqaatsi per opporre alla solitudine la folla e alcuni accostamenti musica pop/immagini ardite e in contrasto.
Anche la violenza dell'atto finale è trattata con soluzioni e idee anticonvenzionali e molto ricercate. Ma alla fine Boyle carica talmente tanto la storia da tralasciare l'elemento umano e 127 ore dopo poco diventa un film in cui il regista si mette davanti al personaggio, uno showreel delle idee di Boyle con una trama pretestuosa e francamente noiosa.

Friday, September 17, 2010

Mangia Prega Ama (Eat Pray Love, 2010)di Ryan Murphy

POSTATO SU
La prima cosa che salta all'occhio vedendo Mangia Prega Ama è come tutti gli elementi del film sembrino convogliare verso l'autoassoluzione mediata dalla stilizzazione.
Nell'adattare l'omonimo libro Ryan Murphy (che di stilizzazione se ne intende avendo scritto e diretto sia Nip & Tuck che Glee) decide di creare intorno al racconto di passione e rinascita della protagonista un universo visivo acquietante e rilassante, come le oleografie. Filtrando il suo ritratto con i controluce di Robert Richardson, utilizzando ampi e ariosi dolly, panoramiche dall'elicottero e inquadrature fisse che sembrano piccoli quadretti dalla mirabile composizione, proietta la protagonista (e i suoi sentimenti) in un universo delicato e calligrafico che ne esalta la banalità. Tutto il contrario delle sue serie televisive.

L'idea sarebbe di mostrare un percorso di elevazione e comprensione di se stessi attraverso la conoscenza di altri luoghi e altri posti. Arrivare ad uno stile di vita e un'accettazione di sè superiori ed equilibrati rifiutando la vita di città come modello sentimentale, per abbracciare invece le filosofie spirituali e materiali considerate esotiche. In questo senso il viaggio gaudente in Italia (una mezz'oretta così densa di stereotipi esasperati da essere quasi veritiera e settare di fatto un nuovo standard in materia), quello mistico in India e infine quello equilibrato e conclusivo a Bali.

Realizzato senza nascondere in nessun momento come il target di riferimento sia assolutamente femminile (nonostante a quest'affermazione Murphy abbia commentato "Che stronzata!", giuro!), Mangia Prega Ama cerca di raccontare il mito del raggiungimento di un equilibrio che sia innanzitutto sentimentale e che passi attraverso l'accettazione di se stessa, allo stesso modo in cui nei romanzetti Harmony si raccontano gli intrecci amorosi, mettendo cioè in scena situazioni già note, in contesti di sicura presa e puntando sull'identificazione (sempre positiva) con la protagonista.
Mangia Prega Ama sembra dire in ogni momento: "Ce la puoi fare anche tu, non è difficile" ma lo fa mostrando una visione idealizzata e americanocentrica della realtà e spacciandola per complessa e sfaccettata.

Friday, May 7, 2010

Notte Folle a Manhattan (Date Night, 2010)di Shawn Levy

POSTATO SU
La città di notte non è come la città di giorno, il cinema ce lo racconta da decenni. Da Fuori Orario a Cuba Libre fino a I Guerrieri della Notte l'estetica cittadina notturna è stata ridefinita come un far west o come lo spazio profondo, luoghi in cui può succedere di tutto e nei quali le regole e i diritti civili non valgono più. La legge o non esiste o è contro di te, gli uomini mangiano gli altri uomini, le donne attirano solo per poi respingere e chi ti vuole aiutare cerca in realtà sempre di fregarti.

Shawn Levy a questo tipo di racconti si era già avvicinato con i due Notte al museo, nei quali di notte il mondo del giorno si sovvertiva all'insegna dell'anarchia, similitudine gioiosamente caotica delle drammatiche avventure metropolitane sopracitate. Ora con Notte folle a Manhattan esce dal luogo chiuso e racconta con i toni della commedia proprio quel mondo dalle regole tutte sue.
E proprio in questo sta il merito maggiore della commedia cioè di tradurre un immaginario e un tipo di cinema solitamente drammatico, violento e disperato nel linguaggio della commedia dove regnano il sovvertimento delle parti, l'inganno, il senso del ridicolo e via dicendo.

L'edizione italiana però soffre del doppio problema doppiaggio/adattamento. Steve Carell e Tina Fey non rendono doppiati e molte battute sono adattate in maniera palesemente poco rispettosa del testo di partenza. La cosa che rimane tuttavia è il fortissimo ritmo che la commedia si porta dietro. La girandola di eventi che prende i protagonisti e li trascina nel gorgo della vita notturna è molto ben reso grazie a diversi espedienti e non ultima la scelta di riprendere in digitale (il che implica la possibilità di riprendere anche con poca luce).

Thursday, January 22, 2009

Milk (id., 2009)di Gus Van Sant

POSTATO SU
A me Milk non è piaciuto. In giro ha raccolto recensioni molto positive quasi da tutti ma sinceramente non mi ha convinto per nulla.
Nel raccontare la storia vera di Harvey Milk, primo omosessuale dichiarato a ricoprire una carica politica negli Stati Uniti d'America, Gus Van Sant si lascia andare a tutto il possibile lato oscuro della regia.

Fazioso e tendente all'apologia senza riserve Milk punta moltissimo sulla larga condivisione e partecipazione nella storia che la maggior parte (se non totalità) del pubblico condivide. Il racconto è di quelli che si fondano sulla dinamica di liberazione e conquista di diritti civili (un classico hollywoodiano) e purtroppo lo fa non lesinando in retorica all'americana. Quelle cose che Gus Van Sant aveva sempre evitato conquistandosi la stima di tutti.
Milk è senza macchia e il suo rivale è peggio dell'assassino di Lincoln.

Gus Van Sant ci aveva abituato a ritratti più complessi e pieni di idee. Anche accantonando gli ultimi film stilisticamente stupendi e molto più "difficili", pure le opere precedenti erano solo fintamente tradizionali.
Will Hunting aveva moltissimo da dire in più rispetto alle dinamiche di nuova paternità e maestro/allievo che metteva in campo e allo stesso modo (pur se un po' meno) anche Scoprendo Forrester.

Milk invece dà al pubblico ciò che vuole, gli presta il fianco, mette in scena un'interpretazione mimetica dando grande libertà a Sean Penn (una cosa che piace sempre e per la quale tutti possono sentirsi in diritto di dire "Che grande prestazione!") ma senza profondere complessità in quel personaggio, alla fine ne fà un'imitazione. Anche per questo ho trovato molto più interessante e bravo Josh Brolin, che mi sorprende ogni film.

E piccole microsequenze magistrali come quella del discorso da fare con una minaccia di morte pendente sulla testa sono solo piccoli contentini.
Alla fine Milk, dato l'apprezzamento condiviso, si avvia ad essere il classico film ordinario da elevare a straordinario dando a Van Sant tutto ciò che si è meritato in passato.
In fondo un po' tutti i grandi registi ce l'hanno avuto un film così.

Tuesday, December 16, 2008

Come Un Uragano (Nights in Rodanthe, 2008)di George C. Wolfe

POSTATO SU
L'uragano del titolo è quello che si abbatte ad un certo punto del film sulla casa nella quale Richard Gere e Diane Lane si ritrovano insieme e a causa del quale superano i rispettivi freni inibitori per lasciarsi andare alla passione. Uragano fuori e uragano dentro che poi si abbatterà più che altro su Diane Lane.

Metafore semplici per un film tutto sommato semplice che preme tutto sul pedale del sentimentalismo spinto in una maniera talmente dissennata da lasciare per strada come spesso accade molte incongruenze.
Come Un Uragano è un film d'amore nel senso più pieno del termine e in quanto tale vive in una dimensione abbastanza sospesa che dovrebbe consentire un certo grado di semplificazione degli eventi e dei personaggi complementari per idealizzare il sentimento e gli avvenimenti e soprattutto per cercare di delineare il meglio possibile non i personaggi principali ma i sentimenti principali di cui i personaggi sembrano essere solo i necessari portatori nella storia.

Eppure Come Un Uragano mette in scena una serie di topoi del cinema romantico (affrontato dal più classico dei punti di vista femminili) conditi con inquadrature che sembrano piccoli quadretti primo novecenteschi (con la luce del tramonto che lambisce i fiori dell'angolo di giardino in cui l'amante sospirante legge le lettere colme di sentimento che arrivano dal suo amato che è dovuto partire per recuperare il rapporto con il figlio ma la pensa sempre) con una certa meccanicità che se conquisterà sicuramente gli amanti del genere lascia scontenti e un po' infastiditi gli altri.

Può esistere una dimensione più concreta, più attaccata alla terra sebbene sognante e più accettabile anche dai non amanti del genere per il cinema pienamente romantico? Si, I Ponti Di Madison County l'ha dimostrato.
Dico solo che James Franco si è fatto levare dai credits anche se nel film c'è.