Per Manhattan lavorai solo 4 giorni, fu una cosa rapidissima che passò in un attimo. Ma non fu così rapida da non avere tempo una perla di regia da Woody Allen che mi disse praticamente solamente: "Potresti dire la battuta come l'ho scritta".
Meryl Streep all'incontro con il pubblico del Festival di Roma
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Friday, October 23, 2009
Il più grande rimane sempre lui
Thursday, October 22, 2009
A Serious Man (id., 2009)di Joel e Ethan Coen
Raramente ho visto un finale simile, così appropriato, devastante e significativo. Così alto!
Ma devo innazitutto premettere tre cose: primo non sono un malato dei Coen, ho visto i loro film (tutti credo) e mi piacciono un po' come a tutti, senza strapparmi i capelli; secondo questo film non ha mezze misure e la gente credo lo odierà; terzo sembra sempre di più che i Coen e Tarantino siano come andati alla stessa scuola, sono diversi e fanno cose diverse ma intimamente sono identici. C'è in entrambi un gusto per il racconto di storie e storielle, un godimento nel realizzare piccoli quadretti con personaggi cesellati, che non è paragonabile a nessun altro.
Detto questo mi sento di annunciare che finalmente (FINALMENTE!) i fratelli Coen hanno fatto il salto di qualità e sono passati da film ottimi ad un autentico capolavoro. Con un po' più di audacia rispetto al passato hanno preso i loro temi e le loro caratteristiche (siamo dalle parti di L'Uomo che non c'era) e hanno deciso di usarle per fare un discorso molto più complesso del solito, senza dare carote agli spettatori ma solo bastonate.
C'è un vecchio modo di dire che spesso faccio mio ma che non lo è che spiega cosa sia un noir: "Un film che parla di un mondo in cui è facile morire e difficile amare", i Coen hanno fatto talmente propria quest'idea e questo genere che ora pervade ogni cosa che fanno. Questa pseudo commedia ambientata in una comunità ebrea degli anni '60 ha un senso di morte incombente in ogni inquadratura, anche nei pratini tagliati (anche se non muore quasi nessuno (e comunque accade fuori scena con una tecnica sinceramente mai vista di montaggio alternato che inganna lo spettatore ma solo a metà, per capirlo dovete vederlo)). Non si tratta di quell'inquietudine lynchana, è proprio il noir privato di ogni altro costrutto, privato degli impermeabili, delle voci off, delle sigarette e delle pistole. L'amore non esiste (al massimo c'è il sesso) come del resto nemmeno il senso.
A serious man parte dalla cultura ebraica (per la quale tutto sempre ha un senso e lo si comunica con le storie) per distruggerne le fondamenta (che nulla abbia senso lo si ripete mille volte) attraverso il racconto di alcuni devastanti giorni nella vita di un altro uomo che non c'era, uno che attraversa la vita passivamente e che viene però messo a contatto con alcune svolte imprevedibili.
Ci sono i personaggi assurdi coeniani, ci sono i momenti di sogno e c'è l'insostenibile peso di un fato che si accanisce ma questa volta nulla ha realmente senso, come ci si accanisce a ripetere più volte, questa volta tutti procedono incessantemente verso una morte che è annunciata in ogni segmento (e qui sta il genio, a rendere scene normali delle epifanie mortuarie) ma che non arriva mai a sanare i conflitti o a risolvere le trame che infatti rimarranno tutte insolute.
Quell'ultima inquadratura che potrebbe essere l'ultima immagine di un episodio di un serial tv che deve tenere gli spettatori avvinti fino alla puntata successiva vi farà capire cosa intendo.
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Wednesday, October 21, 2009
Brotherhood (Brotherskab, 2009)di Nicolò Donato
CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009
I neonazisti sono uguali in tutto il mondo, così anche in Danimarca fanno raid notturni per menare immigrati (in questo caso pakistani) o omosessuali, rileggono la storia della seconda guerra mondiale, hanno riti di iniziazione e nelle sfere più alte dei movimenti cercano di reclutare gli elementi più furbi tra le file degli insoddisfatti della società con affabili parole. Trovano così Lars, militare radiato per accuse di omosessualità che non ama gli extracomunitari ma nemmeno i nazi, loro però lo convincono, lo prendono tra le loro fila e lui si innamora di uno di loro scoprendone il lato gay. Gli amici ovviamente non gradiranno la scoperta.
Come sempre in questi casi si tratta di una storia di violenza, di miseria e in ultima analisi di uno stile di vita senza scampo. Brotherhood colpisce duro lo spettatore ma solo superficialmente mostrandogli un sentimento fiorire tra le rocce e poi distruggendo la possibile felicità dei protagonisti, mostrando una possibile redenzione da un abisso e poi lasciando che il male in un certo senso abbia la sua rivincita. Tutto già visto in un meccanismo risaputo che però vuole essere originale.
Tirare in ballo tematiche come quelle neonaziste, sulle quali la quasi totalità del pubblico è già daccordo può essere un'arma a doppio taglio, poichè è molto failce fornire agli spettatori solo conferme di quello che già pensano, cavalcare i loro desideri espliciti (che qualcuno tenti di rompere la catena di violenza insensata) e impliciti (che il film trovi delle impennate drammatiche) però a questo dovrebbe anche corrispondere un'idea davvero originale che differenzi questo film dalla restante moltitudine di opere sullo stesso tema.
Gli estremisti di destra sembrano personaggi marginali presi da altri film o dall'immaginario collettivo, sono figure piatte e incomprensibili che è possibile solo condannare senza appello. L'ideologia aberrante non dovrebbe essere una scusa per non tentare di capire gli uomini che si celano dietro atti così ignobili. In Brotherhood invece solo chi si distacca dall'ideologia sembra avere veri sentimenti, gli altri sono solo figurine, ma anche per quei pochi fortunati il destino è di un trattamento noioso e prevedibile nelle sue svolte.
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