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Friday, January 21, 2011

Qualunquemente (2011)di Giulio Manfredonia

E' impossibile non notare l'aura di importanza sociale, politica e culturale che il mondo della produzione, distribuzione e critica sta pervicacemente cercando di creare intorno a questo film. Lo si vede dal tono con cui viene approcciato Antonio Albanese durante il consueto tour promozionale su radio e televisioni, lo si vede dalla tipologia di articoli (cronaca e critica) riservati al film e lo si è visto dalla scelta di presentare il film al Nuovo Sacher (un luogo, una dichiarazione d'intenti) con l'aiuto di Piera De Tassis (a Roma) e Gianni Canova (a Milano).

A fronte di tanto spostamento di forze e di surplus di significati Qualunquemente appare ancora più povero di quanto non sia già da solo.
Già intorno al primo film di Giulio Manfredonia (Si può fare) si era creato un movimento che aveva contribuito ad elevarlo da commediola a importante opera italiana, ora questo suo secondo film, che riporta Antonio Albanese in basso, alla comicità paratelevisiva, al macchiettismo, ai personaggi monodimensionali, ai dialetti e alla fica, non si allontana troppo dal modello originale.
Certo Manfredonia non è Massimo Venier o Gennaro Nunziante, non è un qualsiasi mestierante pagato per puntare la macchina da presa sul soggetto che di volta in volta ha la parola. I suoi film (e Qualunquemente non fa eccezione) cercano di avere un umorismo che sia di immagini oltre che di parole, hanno uno stile visivo scelto con cura e intendono la commedia in una maniera più complessa della media. Eppure lo stesso non si ravvisa nulla di ciò che il circolo culturale cerca di comunicare a proposito del film.

Qualunquemente sembra l'esordio al cinema di un comico televisivo (da cui la regressione di Albanese che invece è ormai attore di cinema a sè), gira intorno a 4 battute divertenti rigorosamente mostrate nei trailer o negli spezzoni promozionali e fa una metafora facile, abusata e incapace di aggiungere nulla al già noto su Berlusconi. Un paragone che come al solito parla a chi già è daccordo. Onanismo politico.
Semmai la cosa più interessante è la controparte di Cetto Laqualunque (imprenditore malvivente che si candida a sindaco per impedire che un altro, paladino della legalità, lo diventi). L'altro candidato sindaco rappresenta la politica della legalità, la normalità del paese che si contrappone all'impunità fatta persona, ed è quanto di più triste, smunto, incapace e inerte si possa immaginare. Un maestrino (come lo definiscono) senza appeal, senza personalità e senza fascino. E la cosa peggiore è che dipingerlo in questa maniera non sembra essere un'intenzione del film ma solo la percezione dello spettatore.

Tuesday, April 28, 2009

Questioni di Cuore (2009)di Francesca Archibugi

POSTATO SU
Pur non essendo un patito dell'altalenante cinema di Francesca Archibugi le ho sempre riconosciuto una levità nel tratto che non è da tutti. Soprattutto ho sempre apprezzato come voglia (e soprattutto riesca!) a farsi ancora interprete con successo del modo prettamente italiano di intendere il cinema, in perfetto equilibrio tra dramma e commedia, tanto che spesso è impossibile dire a quale genere appartengano alcuni suoi film (e già spiazzare con qualcosa, è qualcosa!).

E' il caso di Questioni di Cuore che con tono spesso leggerissimo tratta di un'amicizia fortissima tra uomini, un'amicizia nata in circostanze drammatiche (i due si incontrano nel reparto di terapia intensiva dopo aver avuto un infarto) e cementata da una strana e imprevedibile alchimia.
Questioni di Cuore da questo presupposto parte solamente, andando a fondo poi su altri temi ma tenendo l'amicizia virile in primo piano, ed è strano che sia proprio una donna a ritrarla così bene.

Il film ha un suo intreccio più complesso eppure al di là di esso le cose che rimangono più impresse anche a giorni di distanza dalla visione sono le scene "a due", i momenti di straordinaria intimità (mai omosessuale eppure sempre affettuosa) tra i protagonisti, come ad esempio nella scena a letto (foto a sinistra), qualcosa di unico per spontaneità ed emotività.
Meno interessante infatti mi è sembrata il secondo filo del film, quello del parallelo tra realtà e finzione lasciato al personaggio di Antonio Albanese, che di lavoro è sceneggiatore e che continuamente applica le sue tecniche nella vita vera, insegnando anche al figlio dell'amico come uno che scrive storie guarda la realtà. Nonostante solitamente io venga comprato facilmente da simili espedienti, stavolta il didascalismo e la poesia facile erano troppo facili anche per me.

Kim Rossi Stuart che torna a fare il padre duro e di borgata (questa volta però con ancora più ignoranza e un tipo di camminata stupenda) ricorda sempre il piacevolissimo Anche Libero Va Bene. Ormai quasi una perla.