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Sunday, May 4, 2008

Il Buco (Le Trou, 1960)di Jacques Becker

Il cinema di Becker si conferma sempre più esaltante e avanti anni luce sui suoi tempi.
Nell'anno d'oro della Nouvelle Vague il 54enne Becker è avanti e gira quello che è il suo ultimo film con uno stile semidocumentaristico e una rarefazione mai visti prima. Obiettivi cui tendevano anche Truffaut e soci, ma che in Il Buco è in incredibile equilibrio con una narrazione centrata sull'azione e non sui personaggi come invece prevedeva la nuova onda francese.

Credo si tratti davvero di uno dei pochissimi esempi di cinema comunque fortemente ancorato al racconto di fatti, che riesce ad avere uno stampo così semidocumentaristico e così privo di un intreccio propriamente detto.
La meraviglia incredibile di questo "film d'evasione", in cui un gruppo di galeotti tenta di evadere nella maniera più classica, scavando un buco che li porti fuori, è come riesca ad avvincere e conquistare mostrando i minimi dettagli delle azioni di fuga.
Il cuore sono infatti le scene in cui la roba da mangiare inviata da fuori è ispezionata dai secondini, in cui vengono costruiti gli arnesi per lo scavo e in cui vengono esplorati i sotterranei.

Becker sembra (ma non è vero!) voler riprendere tutto, senza perdersi nulla mentre in realtà compie bene le sue scelte. Sono riprese senza stacco (o quasi) intere sequenze di scavo del buco, intere camminate nei sotterranei a lume di candela o di limatura delle sbarre, tutto senza neanche un accenno mai di colonna sonora ma con un'attenzione pazzesca ai rumori. Sono i veri rumori dei botti, delle assi, delle pietre e delle pareti che sono colpite il vero contrappunto del film.

Ad unire tutto è chiaramente il tema dell'amicizia, il rapporto che si crea nella cella e che Becker racconta anche con sequenze lunghe prive di dialoghi nelle quali i personaggi (disposti da Dio nell'inquadratura!) apparentemente non fanno nulla, semplicemente impegnati in attività normali come mangiare o dormire.
Ma ancora più abilmente l'equilibrio del film è poi dato dall'alternarsi del racconto della quotidianità e della noia della vita in prigione con la minuziosa descrizione del funzionamento dell'evasione. Nulla è risparmiato, da come si scassina una porta a come si sfonda un muro.

E quando (verso la fine) per la prima volta si vede l'esterno della prigione, è un momento che davvero non si dimentica al pari della fenomenale frase di chiusura: "Povero Roland".

Sunday, April 20, 2008

Grisbi (Touchez Pas Au Grisbi, 1954)di Jacques Becker

Capitano i piccoli miracoli nella storia del cinema, film incredibili che riescono a raccontare una storia in maniera lineare come molti altri ma che in maniera quasi magica (ma non si tratta certo di magia!) parlano di tutt'altro e lo fanno con un'efficacia che è molto superiore ai temi trattati dalla trama.

E' il caso di Grisbi che racconta di un colpo già fatto (il film si apre che il malloppo è nelle mani del gangster) e delle difficoltà di smaltire il bottino e farla franca. Dinamiche gangsteristiche classiche, caccia e fuga, segreti e tradimenti, donne perdute e traditrici (Jeanne Moreau) e uomini vittime.
Ma il miracolo di Grisbi è che è un film che in realtà non parla di polizia, gangster e malavita, bensì di amicizia e vecchiaia.
I due temi non sono sullo sfondo, assolutamente, anzi si potrebbe dire che sullo sfondo sono le dinamiche da malavita. Becker esagera, nel senso che si occupa pochissimo di mandare avanti la trama dilazionando le scene cardine per il plot in mezzo al film senza la minima fretta.

Romantico come pochi hanno mai saputo essere, senza il minimo bisogno di raccontare storie d'amore, pieno di senso del cinema per il quale le immagini sono in rapporto dialettico tra di loro e proprio da quel rapporto emergono significati, emozioni e valori, Grisbi è un vero caso raro, un film che riesce in maniera arrogante e freddamente programmatica a fare ciò che ogni altro film si propone al momento di iniziarne la produzione.
E poi c'è Jean Gabin che se non è il più grande attore che abbia mai messo piede su un set poco ci manca. E solo lui in un film del genere poteva rendere scena madre quella in cui il protagonista si mette gli occhiali per leggere. Solo lui.