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Tuesday, May 5, 2009

Terra Madre (2009)di Ermanno Olmi

POSTATO SU
Olmi aveva detto che avrebbe smesso di fare film di finzione e si sarebbe dato unicamente al documentario e così è arrivato Terra Madre. Come era facile aspettarsi il primo di questi documentari tocca uno dei temi fondamentali dell’autore, cioè il recupero di un umanesimo contadino antistorico che salvi l’umanità dall’imbarbarimento e dall’impoverimento spirituale della vita metropolitana (per l’occasione Celentano ha anche fatto una canzone che si sente sui titoli di coda).

Il documentario è bellissimo. Davvero. All’inizio è molto attaccato all’evento Terra Madre che, patrocinato da Slow Food, riunisce ogni anno contadini e attivisti della categoria per recuperare appunto quella dimensione alimentare e così risolvere i problemi della Terra. Mentre alla fine è un’ode al rapporto uomo/natura, al lavoro dei campi e alla gioia della vita contadina.
Ecco questa seconda parte specialmente è straordinaria, ma straordinaria davvero. Per tutto il film Olmi riesce a fare del vero cinema a trovare immagini e dimensioni narrative non necessariamente didascaliche che comunichino tramite l’estetica, ma nel finale tutto questo arriva all’apoteosi.

Ci sono circa 20 minuti muti, di un uomo che lavora la terra che sono sensazionali! Quelle immagini molto ravvicinate, molto curate (ogni frutto ha una sua inquadratura, sue luci, sue prospettive), abbinate ad un sonoro forte e non sempre in armonia ma spesso in contrasto comunicano in ogni secondo un amore per l’oggetto rappresentato pari a quanto sia riuscito a fare Truffaut con il cinema in Effetto Notte. E lo dice uno che non è particolarmente in fissa con il ritorno alla natura, anzi! Ma sono rimasto conquistato da come Olmi padroneggi il mezzo e non solo non annoi in quei 20 minuti documentaristici ma anzi appassioni con ogni taglio di luce.

Altro discorso andrebbe poi fatto per la teoria di fondo del film, cioè per la teoria espressa da molti partecipanti a Terra Madre che Olmi con le immagini sembra sposare in pieno (lo sappiamo anche dalle sue molte dichiarazioni sul tema), cioè appunto la necessità di tornare alla natura per recuperare la nostra umanità e addirittura la vita contadina come “nuovo illuminismo”, affermazione che non saprei nemmeno da dove iniziare a criticare.
Non che non sia d’accordo con la necessità di rivedere le strategie di distribuzione alimentare (anzi!), ma non è il rifiuto della modernità la risposta. Invece in Terra Madre proprio il rifiuto della modernità è uno dei temi fondamentali, modernità come inquinamento, modernità come metropoli, modernità come tecnologia disumanizzante.
Accuse non argomentate e non giustificate, anche perchè non sono in necessario contrasto con una revisione del sistema alimentare. Accuse in sostanza buttate lì sapendo di avere gioco facile con larghe fasce di pubblico ma che sviliscono un film dalla cinematografia stupefacente.

Wednesday, October 15, 2008

Centochiodi (2007)di Ermanno Olmi

Centochiodi è veramente un bel film. Ma davvero. E lo dico con raro stupore nonostante ne abbia letto sempre bene e pure sulla connection gli siano stati dati bei voti anche da blogger che mai avrei detto.
Lo stesso avevo dei pregiudizi inumani per via del soggetto e del regista (nonostante la rivalutazione di opere come Il Posto) e invece sono stato davvero conquistato da questo film che come tutti hanno già detto fa qualcosa di correttamente sacrilego: non si accanisce sui libri ,che in sè non sono il male ovviamente, ma sulla cultura immobilistica libraria e religiosa (in questo senso è bellissima l'idea dei libri del prete inchiodati per terra con chiodi da crocefissione).

Ma ancora di più la cosa che a me davvero ha stupito di Centochiodi è come, ci sia anche un fenomenale discorso sotterraneo sul potere del fascino oltre al più evidente e forse anche tropo didascalico discorso di liberazione culturale e riappropriazione del mito cristologico innescata nella solita poetica di Olmi del ritorno alle campagne e della vita rurale come unica vera forma di civiltà.

La cosa più curiosa del film e cioè il suo protagonista, Raz Degan, è stato scelto con un'abilità e un'intelligenza rare. Bello, anzi bellissimo, sia per fattezze che per aura (professore di filosofia delle religioni esule e ribelle che torna alle origini), mostra con tutta la sua parabola la potenza incredibile del concetto di fascino.
Il fascino che lui esercita sulle donne è fondamentale, come anche quello che in quanto figura cristologica "che fa i miracoli col bancomat" (A. Crespi) esercita sui paesani (e il fatto che questa identificazione per i contadini sia principalmente dovuta alle fattezza è straorinariamente divertente) nonchè tutto il discorso della "bella del paese" sul suo vivere questa curiosa condizione.

E il fascino è davvero l'elemento più emblematico di questo splendido film dal ritmo rilassato e goduto che forse, come tutti hanno detto, sarebbe stato migliore non doppiato e quindi arricchito dai dialetti originali ma che lo stesso trova secondo me "altrove" il suo di fascino profondo.

Friday, September 26, 2008

Il Posto (1961)di Ermanno Olmi

Durante il fiorire della Nouvelle Vague in Italia Ermanno Olmi esordiva nel lungometraggio di finzione con un'opera che inevitabilmente portava dentro di sè la grande esperienza documentaristica del regista e in questo modo allargava il concetto stesso di cinema libero, contaminato e girato en plen air che si andava sviluppando in Francia.
Un cinema talmente libero che proprio come gli esempi migliori della Nouvelle Vague evolve il concetto di realismo non sentendosi necessariamente confinato in una rappresentazione realistica (vedi la scena finale nell'immagine a sinistra).

Uno dei primi film veramente liberi italiani dunque racconta una storia di costrizione e di frizione tra tradizione e modernità, Il Posto è chiaramente il posto di lavoro che un giovane dell'hinterland raggiunge a Milano e il film racconta il processo di selezione per l'impiego in questione con qualche accenno grottesco (anche se non si fa fatica ad immaginare che fosse tutto molto fedele al reale) e molta malinconia.

I suoni in presa diretta forse sono la cosa più sorprendente (assieme alle molte sequenze che sembrano rubate) fondamentali per creare lo spazio e disegnare una dimensione tridimensionale nella quale avviene l'azione, stimolando sensazioni ed "odori". I rumori delle tavole calde ne evocano i profumi e quelli asettici degli ambienti semivuoti spesso rappresentati ne evocano l'odore di marcio.

Uso espressionista del dialetto, volti non professionisti, senso del grottesco e (nonostante la quasi totale assenza di riprese da lontano) un grande senso di "incastro dell'uomo nella città", Il Posto è un film al 100% italiano, della miglior scuola, quella che con un piede tiene ferme le regole della tradizione e con l'altro sorpassa il confine nazionale e temporale.