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Wednesday, June 3, 2009

I Love Radio Rock (The Boat That Rocked, 2009)di Richard Curtis

POSTATO SU
Bisogna fare attenzione perchè I Love Radio Rock uscirà in poche sale e probabilmente per poco tempo. La Universal ha deciso così.

Eppure I Love Radio Rock non solo è un film molto carino ma è anche un instant classic della ruffianeria. Raccontando la storia di Radio Rock (in realtà ispirata a quella vera di Radio Carolina) che negli anni '60 trasmetteva rock da una nave al largo delle coste britanniche perchè farlo dal territorio era illegale, il film mette in scena la metafora della rivoluzione culturale di quegli anni. La lotta banalmente libertaria che si combatte nel film tra speaker hippie e fascinosi che godono del consenso di tutti gli strati della popolazione e governanti grigi e antipatici è quella dell'utopia contro il realismo. Però nel film ci piace l'utopia.

Quell'utopia poi è sostenuta da tutto il comparto mitopoietico della sua epoca. Dalle canzoni immortali degli anni '60 (c'è qualche anacronismo, qualche pezzo che nell'anno in cui è ambientato il film ancora andava scritto, ma lo si perdona), dai topoi delle groupie, del sesso libero e del vivere secondo dettami anti-borghesi. Su tutto poi regna la musica inserita come tappeto in momenti strategicamente sentimentali o di fomento.
Richard Curtis si danna l'anima per accattivarsi il pubblico, per dargli quello che sa piacergli e per confermare i suoi sogni di libertà, di fantasia al potere ecc. ecc.

Non ha nessun intento "serio" quindi il film se non quello di intrattenere con umorismo (azzeccato) e ritmo (buono) e di farlo bene, che non è mai facile. Divertimento con stile, pacche sulle spalle dello spettatore e abbracci pacificatori. Quando si esce si vuole fondare una radio indipendente.

Thursday, January 29, 2009

Il Dubbio (Doubt, 2008)di John Patrick Shanley

POSTATO SU
E’ difficilissimo portare il teatro al cinema e farsi aiutare da un maestro delle immagini come Roger Deakins sicuramente è utile in questo senso, eppure il senso ultimo di Il Dubbio sembra lo stesso non appartenere al film.

Verboso come sanno essere le opere teatrali e quindi necessariamente imperniato attorno a due punti fissi incrollabili come Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep, il film si propone scientificamente di indagare il concetto di dubbio o di sospetto cercando di lasciare che lo spettatore sia coinvolto attivamente nell’impossibilità di esprimere un giudizio.
Il prete protagonista è colpevole di ciò di cui la superiora lo accusa senza prove? I suoi cedimenti sono manifestazione di altre debolezze o semplice coda di paglia? La risposta a queste domande conta poco, quello che conta è porsi simili interrogativi e mettere in crisi la cultura del sospetto e del dubbio.

Tutto questo però emerge con una certa fatica e soprattutto grazie ad un’esposizione esagerata dei significati. Tutto è sufficientemente urlato e la trattazione molto banale della materia non trova il necessario contraltare in una conclusione alta. Anzi proprio la chiusura del film, sempre importante ma in questo caso fondamentale, è tra i momenti peggiori di un film che manca anche di affrontare il tema principale, quello della pedofilia.

Parlare di un tema così attuale in America non può essere considerato casuale o non influente e farlo trasportando le vicendo in un’altra epoca, foriera di altre contraddizioni (una chiesa ancor più fuori dal tempo di oggi e un prete progressista che oggi sarebbe solo normale) e incapace di giungere a vera sintesi.
Lo scontro dialetico tra Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep è quello tra il pensiero dogmatio tipico delle istituzioni cattoliche e quello più liberale che si prende la briga di “questionare” la reltà e gli ordini superiori. Allo stesso modo in cui la madre del ragazzo coinvolto ha tutta un’altra visione delle cose data dalla particolare situazione che vivono. Eppure da tutti questi scontri non emerge nessuna sintesi, nessuna idea.

E poi soprattuto perchè costellare la messa in scena con quelle inquadrature sghembe? Sempre presenti in momenti cardinali e quindi teoricamente portatrici di significati molto chiari ma poi incredibilmente banali. Perchè girare tutto come se ci fossero delle verità (appunto dogmatiche) da impartire? Il Dubbio alla fine rimane solo sulla trama.

Friday, May 2, 2008

Ubriaco D'Amore (Punch-Drunk Love, 2002)di Paul Thomas Anderson

Vari eventi mi hanno portato a rivedere Ubriaco D'Amore film che quando fu visto la prima volta mi lasciò interdetto, anche perchè nonostante fosse passato del tempo dalla visione di Magnolia, ancora non riuscivo ad avere un giudizio preciso e netto su quel film. Figuriamoci allora questo.

La visione del Petroliere prima e poi quella di Magnolia a pezzi ma più volte (Sky lo sta mandando a rotella a tutte le ore), e conseguente definitivo giudizio sul film come "pezzo da novanta", mi hanno allora convinto a recuperarlo.

Non lo ricordavo così intriso di musica e colori, ricordavo la storia ricercatamente strampalata e i personaggi che sembrano appesi. Ricordavo i blu, i neon e i controluce ma non l'isterismo generale.
Ubriaco D'Amore (il cui titolo originale già vale l'approvazione) è P.T. Anderson senza compromessi. E' il filo che unisce Boogie Nights, Magnolia e Il Petroliere, senza altri orpelli. E' tutti questi film senza le loro particolarità e quello che rimane è ciò che costituisce lo stile andersoniano (lontano finalmente da quelle sporcature "altmaniane" che rischiano di tarpare il suo stile).
E' un film tutto di forma e poco di contenuto (e questo si capisce subito) ma che forma! E' un film-manifesto a tutti gli effetti che parla decisamente più di cinema che di mondo.

I movimenti di macchina inesorabili e continui, la sottolineatura musicale fatta in chiave anticonvenzionale, utilizzando un tappeto che solo in certi punti riprende protagonismo mentre in alti torna tappeto, quasi inascoltabile ma presente.
Ubriaco D'Amore mette in scena la convinzione che possa esistere un cinema che parli non con dialoghi ma con i colori, non con l'azione ma con i movimenti di macchina, non con le espressioni degli attori ma con la loro posizione nell'inquadratura. E' un manifesto estremo di un cinema che attualizzato diventa Il Petroliere.

La martellante colonna sonora di Ubriaco D'Amore diventa lo splendido score (splendidamente usato) di Magnolia, gli incessanti movimenti di macchina diventano i piani sequenza di Boogie Nights, la clamorosa fotografia satura quasi espressionista diventa i paesaggi mastodonitici di Il Petroliere nei quali è incastrato Daniel Plainview, sempre inquadrato da lontano con movimento ad avvicinare o da vicino con movimento ad allontanare, per dare l'idea di dove stia e come stia messo rispetto al tutto, all'ambiente e alla terra.

Ubriaco D'Amore potrà non piacere, potrà essere per pochi ma è un film fondamentale di un regista che forse è il più promettente al momento tra le nuove leve di Hollywood. Quella Hollywood (di cui fa parte anche l'altro Anderson) che davvero (per davvero!) sta prendendo il cinema classico con i suoi modi di mettere in scena e lo sta tramutando in qualcosa di più moderno che, senza rinunciare ad un racconto lineare ed incentrato sull'azione, non debba necessariamente rappresentare la realtà com'è ma anche deformata.

Wednesday, February 6, 2008

La Guerra Di Charlie Wilson (Charlie Wilson's War, 2007)di Mike Nichols

Mike Nichols non è un cretino e La Guerra di Charlie Wilson non è un film cretino. Certo non stiamo parlando del miglior cinema nè di chissà che opera, ma di sicuro non è il solito film e per una volta vale la pena parlare più dei contenuti che della forma.
Quella di Charlie Wilson è una storia vera, si tratta il membro del congresso degli Stati Uniti che riuscì a convincere il suo governo negli anni '80 ad investire pesantemente negli armamenti alla popolazione dell'Afghanistan per aiutarli a sconfiggere la minaccia russa. Le sue argomentazioni erano sia riguardanti la guerra fredda, sia la religione, sia in larga parte umanitarie (anche se sembra strano dirlo).

Ma il film è lontanissimo dalla solita condanna di uomini ed istituzioni. Nonostante all'inizio non sembri, alla fine sorprendentemente la figura di Charlie Wilson è graziata. Nichols lo presenta come un buon uomo, un povero diavolo che si arrangia come può e la cui unica grande impresa è il finanziamento di quella guerra.
Nichols non lo fa dire mai ma tutti sappiamo che poi è con quelle armi e quell'addestramento che l'Afghanistan ha creato problemi agli Americani. Ma ancora la colpa, secondo gli eventi narrati nel film, non è del senatore.

Viene messo in scena il processo decisionale che porta il congresso a stanziare fondi ma anche più in generale ad approvare emendamenti, non risparmiando critiche al modo in cui si subiscano le pressioni esterne di pochi facoltosi ed influenti individui.
Il concetto più forte e inusuale però è che Nichols mostra un mondo dominato da una specie di filosofia zen (e lo fa in maniera abbastanza esplicita citando ad un certo punto anche un favoletta zen), per la quale anche le migliori azioni possono dare origine a cattive conseguenze. Il progetto di Charlie Wilson non era malaccio (se si passa sopra al concetto di guerra fredda), ma ad un certo punto non ne ha gestito le conseguenze.
Tutti gli uomini sembrano così assolti, nonostante siano tutti abbastanza condannabili in sè (un politico puttaniere, alcolista e cocainomane, una ricca fanatica religiosa con più potere dei membri del congresso, una spia con pochi scrupoli e un geek dell'esercito elettrizzato dalle armi), certo le vere figure sono trasfigurate dalla commedia, tuttavia è la visione di mondo che impressiona. Una realtà in cui brutti individui agiscono per il meglio causando però del male a lungo termine.

Tuesday, January 15, 2008

La Famiglia Savage (The Savages, 2007)di Tamara Jenkins


Se il Torino Film Festival si vuole configurare come il Sundance di noialtri è sulla buona strada e La Famiglia Savage è una delle tante prove. Non che sia un male. Basta saperlo.
Girato con indubbia abilità e anche un certo gusto estetico per la composizione delle inquadrature e la scelta dei colori, il film di Tamara Jenkins ha tutti i pregi e soffre di tutti i difetti dei film Sundance, è cioè accattivante e ruffiano al tempo stesso.
Proponendosi di raccontare "l'altra america", quella dei perdenti, dei normali contrapposti ai perfettini (molto bella in questo senso la scena dell'arrivo dei due fratelli nella riunione in cui si spiega come trattare con i genitori in degenza), delle persone che compiono di continuo mille errori ma sono pieni di sentimenti veri e autentici, che sbagliano e cercano di convivere con i loro errori, La Famiglia Savage è un campionario di arruffianamenti.
Per usare una metafora si potrebbe dire che in questo tipo di film i personaggi non smettono di fumare ma semmai cominciano. Sono cioè indubitabilmente umani e fallaci e non fanno nulla per cercare di essere migliori, anzi trovano un equilibrio nella loro umanità, rispecchiando così la realtà del pubblico, ma proponendolo in una chiave affascinante.
Non si tratta dei perdenti di Cous Cous, effettivamente ai margini di tutto, ma di perdenti che lo sono solo secondo i canoni imposti dalla società e non per lo spettatore che invece li vede in qualche modo vincenti lo stesso perchè simpatici, buffi e autenticamente sofferenti.

Stimolando un'identificazione a partire dalla glorificazione della normale fallacità, questo genere di film è terribilmente autoconsolatorio e invece che puntare il dito o mettere la lente su qualcosa che lo merita mira a rassicurare il pubblico dicendogli: "Vedete? Anche se fallite tutto e avete mille problemi e la vostra famiglia sembra un circo siete comunque affascinanti! Il vostro stato è comunque desiderabile".
E' un passaggio indubbio dal tipico eroe della commedia americana (anche quando è amara come in questo caso), ma non grande quanto sembri. Alla fine il risultato rimane l'happy end, anche se i problemi non saranno risolti sappiamo che tutti si vorranno bene e il maggiore realismo promesso dal film rimarrà una chimera. A riprova di questo gli attori coinvolti anche quando famosi non sono mai dei veri belli ma dei tipi affascinanti dei quali vengono realisticamente mostrati i difetti fisici (pancia, smagliature, un po' di rughe) ma che però poi sono sempre lo stesso sessualmente desiderabili per altri motivi e più della gente reale.

Certo non si può trascurare che nonostante tutto il film riesca bene a rendere il desiderio d'amore, la difficoltà nel gestire i sentimenti e nel comunicarli (ci sono a questo proposito un paio di scene molto toccanti e non banali), ma occorre rendersi conto che se il film vince è perchè bara. E perchè c'è Philip Seymour Hoffman.
Dare un voto a questo film sulla cinebloggers connection sarà un'impresa.