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Tuesday, March 1, 2011

La Vita Facile (2011)di Lucio Pellegrini

POSTATO SU
Parte come un filmetto all'italiana e finisce come un noir. La Vita Facile si può collocare in quel filone e quella categoria produttiva che da tempo è florida solo in Italia, che solitamente regala poche soddisfazioni e che invece potrebbe e dovrebbe essere la fascia più interessante, ovvero il film di media grandezza. Non sufficientemente grande da imporre un grosso ritorno a tutti i costi (con le conseguenti forzature e adeguamenti al gusto di massa), non così piccolo da essere limitato nella propria portata e nelle proprie aspirazioni. Sono i film di media grandezza che spesso hanno fatto la storia del cinema.

La Vita Facile inizia con un montaggio alternato dei due protagonisti, due medici, uno che lavora a Roma, brillante chirurgo con tutti i vizi e le arroganze dell'arricchito di città, e uno in Africa, con tutte le debolezze e le intense ritrosie di chi ha lasciato casa per scegliere una specie di esilio. Le premesse non sono proprio le più originali, eppure La Vita Facile nel corso del dispiegamento della sua storia, pur non discostandosi da quello stile retorico e colmo di luoghi comuni sul ritrovare se stessi e sui veri valori dell'amicizia virile (in sè neutro ma che negli anni abbiamo imparato ad odiare nei film italiani), riesce a regalare dei momenti di vero cinema.
Sono sprazzi, impennate improvvise e inaspettate, tanto il film sembrerebbe avviato sui binari del già visto. Tra una battuta romanesca, un episodio di goliardia da ragazzini cresciuti, un'avventura in terra straniera e litigate "profondamente emotive", La Vita Facile piazza anche dei momenti autentici di vero cinema come i flashback dei protagonisti, gestiti senza enfasi, senza sottolineature e senza quelle caratteristiche di messa in scena che solitamente ne enfatizzano la natura di rottura con la linea narrativa. Al contrario sono sobri, diretti e tremendamente efficaci.

Ma l'elemento che lascia più interdetti (sia in senso positivo che negativo) è il modo in cui il film muta genere e tendenza con l'avvicinarsi del finale. Non siamo dalle parti del colpo di scena ma più da quelle della contaminazione, eppure tutto avviene con una leggerezza di tocco e un'apparente mancanza di cesure o contrasti che è stimabile. Sebbene quindi alla fine l'impressione che la chiusura centri poco con l'apertura sia forte, il modo con il quale Lucio Pellegrini (e il suo potente team tecnico) operano questo slittamento è mirabile.
Difficilmente se ne accorgerà il pubblico non di Roma, ma il personaggio di Pierfrancesco Favino è disegnato con una precisione, una cura e una minuzia rare. Sembrerebbe di poter dire tutto di lui solo da quel poco che si vede sullo schermo, tanto è significativo e allusivo. Un termine, un movimento, un'espressione o una calata, rivelano che non è il solito romano ma un personaggio particolare all'interno del microcosmo delle maschere e del campionario umano romanesco. Perfetto.

Tuesday, January 26, 2010

Baciami Ancora (2010)di Gabriele Muccino

POSTATO SU
Mentre i detrattori mucciniani affilano le loro lame per le mille stoccate a cui Baciami Ancora presta il fianco (e dalle quali non intendo minimamente difendere il film perchè, se non lo avete capito, non ritengo che il punto non sia lì) qui si gioisce per il ritorno italiano di Gabriele Muccino. Ritorno non solo ad una produzione nazionale ma soprattutto a quel tipo di storie che racconta in Italia.

Tornano dunque le ossessive telefonate ai cellulari, il fiatone, i bagliori lenticolari, il sole che entra dalle mille finestre, i campi di grano in mezzo alla città, le corse con musica francese di sottofondo e via dicendo. Un racconto che stavolta se ha un difetto è di trattare con sufficienza le storie che si svolgono attorno a quella principale, la quale invece vive di momenti straordinari di furiosa empatia al di là di qualsiasi possibile realismo.
Il rapporto con L'Ultimo Bacio è di cuginanza se in quello si peccava (e molto) qui si scontano le pene corrispettive e dunque anche il finale in questo senso segna una risoluzione da chiusura del cerchio e non il reiterarsi della medesima situazione come nel precedente.

Lo stile del racconto, che è la cosa più importante nei film di Muccino, continua ad evolversi nella arrivando ad un nuovo livello di astrazione dal reale nel quale tutti gli elementi della messa in scena (luoghi, luci, parole, meteo, azioni, vestiti, i divani, i colori dei capelli...) valgono più per ciò che rappresentano che per ciò che sono. Come nell'arte illustratoria anche qui il sentimentalismo (la cosa a cui il regista sembra tenere di più di tutte) scaturisce dal concorso di tante parti diverse dell'immagine e del sonoro in grado di dare il proprio apporto. Tra queste si distinguono gli agenti atmosferici, sempre più importanti nei film italiani di Muccino benchè sia una caratteristica tipicamente statunitense.

Ma anche la luce del sole, sempre forte, insistente e direzionata sui corpi degli attori contribuisce a realizzare momenti altissimi. Sono infatti proprio raggi solari (o meglio luci artificiali che sembrano tali) quelli che colmano la pupilla di Vittoria Puccini mettendone in risalto solo l'iride, nella scena in cui i due protagonisti hanno un alterco fondamentale colmo di rabbia e d'amore soppresso in controluce davanti ad alcune porte-finestra scorrevoli.
Di fronte ad idee come questa, come i campi di grano dove padre e figlia vivono i loro sentimenti, come la pioggia nei momenti decisivi o gli appartamenti illuminati con precisi fari anche i dialoghi assumono com'è giusto una veste diversa.

Baciami ancora è un film in cui (come già è capitato in passato) i personaggi pronunciano frasi come: "Scusami se non sono quello che avresti voluto che fossi", in cui parlano non come ci si parlerebbe nella realtà ma come ci si vorrebbe parlare in certi momenti, nel bene e nel male, in linea con quell'idea di far aderire il racconto filmico non alla vita vera ma ad una sua astrazione romantica da romanzo popolare d'alta maestria.

Infine fa ridere come vedendo un film che riprende a 10 anni di distanza dei personaggi non si riesca a non pensare a che evoluzione abbiano avuto in questo lasso di tempo le carriere di quel gruppo di attori che L'Ultimo Bacio sembrava aver lanciato. Allo stesso modo dei personaggi (anche se non secondo una corrispondenza diretta) alcuni sono andati all'estero, alcuni sono caduti in disgrazia, alcuni hanno fatto altro, alcuni sono esplosi in patria e altri non li si è più sentiti.

Monday, March 17, 2008

A Colpo D'Occhio (2008)di Sergio Rubini

POSTATO SU

Il cinema di Sergio Rubini per quanto mai veramente interessante ha però l'indubbio pregio di raccontare storie, cosa che sembra scontata ma non lo è.
A fronte di un cinema medio italiano che ormai racconta solo personaggi con delle trame pretestuose a fare da sfondo, Rubini invece ha il merito di riportare l'intreccio al centro della scena sapendo ogni tanto anche ritagliare dei personaggi interessanti.

Purtroppo non è il caso di A Colpo D'Occhio che sulla base di un triangolo amoroso dipana un intreccio non male, dove le situazioni sono volutamente prevedibili ma portate continuamente all'estremo, ma che poi non riesce a centrare i personaggi.
Se si esclude il ruolo che Rubini riserva a se stesso, ciò che viene affidato a Scamarcio e a Vittoria Puccini è materiale evanescente, personaggi molto poco incisivi che gli attori contribuiscono a non far decollare. Infatti, strano a dirsi per un film diretto da un attore, è la recitazione la cosa più fastidiosa del film, approssimata e mal diretta.
A salvare il salvabile come anticipato è proprio Rubini l'unico veramente credibile e anche l'unico dotato di un personaggio degno di questo nome (un bel cattivo come si conviene!) con il quale inquadra ottimamente il suo stesso cinema, incastrato tra racconti avvincenti e personaggi continuamente sul crinale del grottesco.

Ad essere colti con efficacia sono sempre i piccoli fastidi, le piccole medietà, le stupidità e le false consuetudini dei rapporti formali. L'ambientazione del mondo della speculazione artistica moderna di certo aiuta ma lo sguardo del regista è abilmente severo, senza mai calcare la mano ma facendo solo intuire il proprio punto di vista.
Peccato che alla fine questi siano dettagli e che le cose più evidenti, come gli espedienti melodrammatici (la collana), le metafore e le simbologie siano tutte abbastanza da quattro soldi riprese con un'insistenza fastidiosa.
E anche nel finale quando lo sciogliersi dell'intreccio e la parte dell'agnizione melodrammatica dovrebbe fare il proprio lavoro e forse potrebbe regalarci un momento minimo di emozione tutto è rovinato da recitazione sopra le righe, urla da sceneggiata e sottolineature forzatissime.