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Thursday, September 9, 2010

Essential Killing (id., 2010)di Jerzy Skolimowski

IN CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Non avevo grande confidenza con la figura di Jerzy Skolimowski e giusto per amore della follia di Vincent Gallo ero entrato a Essential Killing. Non sapevo quindi che mi sarei trovato di fronte ad un film che unisce due ossessionati in un'opera che va dritta la punto come poche.
La trama è questione di tre righe. Un talebano uccide degli americani, l'esercito USA lo prende, lo imprigiona, lo tortura, lo porta via in aereo e poi, arrivati chissà dove, mentre lo sta trasportando in un cellulare, questo fa un incidente, tutti morti tranne lui che scappa nei boschi innevati, paradossalmente simili ai deserti da cui proviene.

Leviamo ogni dubbio: il protagonista, ovvero Vincent Gallo, scappa dall'inizio alla fine del film senza dire mai una parola. Non ce n'è bisogno. Fa di tutto per sopravvivere, dall'essential killing del titolo (ovvero uccidere per sopravvivere contrapposto all'uccidere per altri motivi che faceva in patria), fino al furto e addirittura ad una paradossale scena di allattamento abusivo.
L'esigenza di non farsi prendere, mai per nessun motivo, lo spinge in luoghi inabitati che non conosce, in uno scenario naturale lontanissimo a quello cui è abituato e a contatto con quello che di fatto è un altro mondo. Lo spinge ai confini della natura e intimamente ai confini della sua umanità (raccontata nei sogni che fa, tra passato e premonizione).

Il racconto della sua deriva umana, che sfocia in pazzia quando ingerisce strani frutti (che scena quella con i cani!) e in regressione prima verso l'animale e poi verso l'infantile quando è vicino la fine del suo vagare, scaturisce da rumore e immagini. Non solo lui non parla, ma quasi nemmeno gli altri (è grottesco in questo senso l'incontro con la donna muta) e non si sente mai la mancanza del dialogo, l'angoscia del sopravvivere e l'esigenza di uccidere (da cui la regressione animale) parlano a sufficienza.
Questo se non lo distribuisce qualcuno lo faccio io.

Thursday, November 19, 2009

Segreti Di Famiglia (Tetro, 2009)di Francis Ford Coppola

POSTATO SU
Se c'è una cosa apprezzabile di questa nuova vita indipendente di Coppola è come se ne freghi di quelle regole hollywoodiane di culla dello spettatore cui è dovuto sottostare per decenni. Gira storie magari convenzionali ma affrontate con un piglio decisamente arrogante. E se anche Un'Altra Giovinezza non era stato un esordio così felice questo Tetro ha un suo morboso perchè.

Innanzitutto, e viva la faccia, c'è una storia vera con cambi di facciata, molte decisioni da prendere, colpi di scena e scene madri, un racconto propriamente detto che incastri personaggi e situazioni in una serie di eventi che possono o meno rivelarne le tensioni.
Certo tutto quanto è molto diluito in due ore e dieci che sembrano un po' più lunghe di quanto non siano ma la lentezza coppoliana è sopportabile, specie quando è motivata da un passo controllato che si prende la briga di raccontare il quotidiano, l'inutile (che è ovviamente la cosa più utile per costruire i personaggi) e il contorno.

Questo contorno scelto è l'Argentina, trattata con il solito atteggiamento hollywoodiano a metà tra lo stereotipo e il tradizionale. Non è cattiveria, è che per usare le parole di Coppola "ho scelto l'Argentina perchè sono rimasto conquistato dalla sua musica, dai suoi ambienti e dalla sua cucina", non quindi dalla sua realtà. L'Argentina di Coppola è lo stereotipo per turisti, il tango che esce dalle case e le coppie passionali, è la solita teatralità dello scenario che vince sulla scena. Cosa vecchio stampo e, oggi, abbastanza fastidiosa.

Per fortuna l'essenza del racconto si svela nell'ultimo terzo di film, precipitando tra colpi di scena e immagini evocative. Nel tirare le fila del racconto Coppola dà il meglio di sè: la trasfigurazione dell'animale morente che guarda i personaggi (che classico intramontabile!), il colpo d'accetta contro la finestra che mostra il volto di Vincent Gallo tra le crepe, il dialogo con l'ombra, la confessione con la rappresentazione teatrale di sfondo (un realtà/finzione almodovariano) , gli intermezzi musicali annunciati da Scarpette Rosse che ne imitano lo stile ma con la forza della colorazione digitale e via dicendo.
Nel finale Tetro mostra davvero la sua essenza tira le fila di tutto il raccontato rivelando ragionamenti e contraddizioni più complessi delle chitarre degli inizi, riuscendo a mostrare tensioni tra ammirazione, aspirazione e conflitti interiori altrimenti inesprimibili a parole.
Cosa voglia dire fare un lavoro creativo, cercare l'arte nella propria vita e cercare di venire a patti con se stessi attraverso essa, ma anche il rapporto tormentato tra finto e vero e come il finto spesso riveli il vero.
Questo è il vecchio Coppola.