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Thursday, January 27, 2011

Yattaman (Yatterman, 2009)di Takashi Miike

POSTATO SU
Uno dei mie motti-da-critico preferiti è: "Nel cinema quel che conta è lo sguardo dell'autore", idea tanto bella quanto difficile da riscontrare nella maggior parte dei film. Yattaman ne è l'esempio perfetto.
Dal noto cartone giapponese quasi due anni fa Takashi Miike traeva un film con attori in carne ed ossa. Un regista noto per i suoi toni gore e splatter, per una poetica di dolore e violenza ma anche per una maestria fuori dal normale, che si occupa di uno dei più ingenui, pastellosi e demenziali cartoni nipponici. Il sogno di ogni appassionato.

Il risultato è un film filologicamente molto corretto in cui si trovano tutti i topoi di una serie che faceva della ripetizione della medesima formula in ogni episodio il suo punto di forza. Ci sono le canzoni originali (con i doppiatori originali), i robot e i robottini, le frasi tormentone ("Anche un maialino può salire su un albero quando viene adulato!") e via dicendo, inseriti in una trama un po' più in grande del solito e con un finale identico (anche nell'ultimo shot) a quello della serie.
Ma a fare davvero la differenza tra una cretinata qualsiasi (con l'aggravante del live action) e il bel film metatestuale messo in piedi da Miike, è per l'appunto il suo sguardo cioè cosa veda questo autore nelle storie e nei personaggi di Yattaman.

Poche volte in vita mia avevo visto tanta dissacrazione così ben modulata e inserita nello svolgimento di una trama canonica. Mentre i personaggi fanno quello che ci aspettiamo che facciano il regista si sofferma e mostra quel che pensano, quel che sognano e le piccole espressioni che rivelano stati d'animo complessi, non solo sconosciuti al cartone animato ma più che altro in controtendenza.
Se i protagonisti veri sono sempre stati i tre del trio Drombo, Miike sceglie di dare più importanza del previsto ai due Yattaman, con l'unico scopo di dipingerli come due idioti. Utilizzando un terzo personaggio (una ragazza normale che i due aiutano) come punto di vista, in pochi tratti mette in ridicolo tutte le mossette e le dinamiche senza senso, ironizza sulle loro assurdità e soprattutto sulle arie e la boriosità che li circonda. Gli Yattaman non sono migliori del trio che combattono ma pensano di esserlo.

E' quindi ai Drombo che va la simpatia del regista. Sebbene cretini per carattere i tre hanno sogni idee e aspirazioni (acuto quello di Tonzula disegnato in stile Uomo Tigre, perverso quello di Boiachi che si immagine immerso in giovani liceali in divisa a cui mette lo smalto sulle unghie dei piedi). Sfruttati e insoddisfatti ma anche gaudenti e autentici, i tre sono gli unici a regalare qualche inaspettato momento sentimentale (sebbene sempre mascherato da una forte ironia di fondo).
Certo non è una novità che le simpatie di Miike vadano non tanto ai personaggi dalla morale di ferro quanto ai gaudenti e liberi che vogliono soddisfare le proprie pulsioni invece che reprimerle ma che una cosa simile faccia capolino nell'adattamento di Yattaman è roba da serie A.

Saturday, September 11, 2010

"I film che preferisco sono quelli girati in fretta e senza dargli troppa importanza" F. Truffaut


"Vorrei sempre fare quanti più film è possibile. Alle volte mentre mangio nelle pause della lavorazione ad un film penso che risparmiando quei 5 minuti che uso per i pasti, potrei trovare il tempo per fare un altro film"
Takashi Miike, 80 film realizzati in 19 anni di attività

13 Assassins (Jûsan-nin no shikaku, 2010)di Takashi Miike

POSTATO SU
IN CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Da un soggetto non originale, che a sua volta si ispira pesantemente a I sette samurai, Miike tira fuori un film fuori dal tempo, girato con uno stile particolarmente controllato e con tecniche quanto più vecchio stampo è possibile. Il genere è il jidai geki, cioè quello tradizionale dei samurai, e lo sfondo è il Giappone di fine ottocento. Ci sono 60 minuti di preparazione e strategia e 60 minuti di spremuta di sangue. 13 Assassins è un capolavoro, di commistione tra l'etica dei mestieranti e il la sapienza di chi in ogni immagine sa mettere se stesso.

Non è infatti il lavoro di raffinata scrittura sopra I sette samurai (una cosa che ricorda il remake del remake che Haynes ha fatto con Lontano dal paradiso) a rendere 13 Assassins speciale, quanto il fatto che sia una spremuta di sangue in cui nemmeno una goccia cade fuori posto e ogni momento sembra il frutto di una preparazione decennale. Così non è ovviamente e lo sappiamo. Benchè si tratti di un film che ha richiesto molto tempo (per gli standard di Miike) siamo comunque nei 4 mesi di lavorazione. Niente.

La forza miikiana è quella essenziale e basilare del cinema, ovvero la capacità di generare immagini, di concepire momenti in cui la forza visiva parla più delle parole e della storia, scardinando di colpo le convinzioni e le sicurezze degli spettatori e presentando loro elementi che li mettano in crisi. Personaggi mutilati, attimi di quiete notturna appollaiati su un palo, sguardi prima di morire e un giardino dove le spade sono piantate come piante, sono solo le più alte e raffinate di queste immagini.
Ma 13 Assassins, che mischia l'alto con il basso sapendo che la differenza la fanno solo i critici, è un tripudio anche di immagini funzionali alla storia (il modo in cui viene preparato il villaggio per il grande scontro è mostrato in un massimo di 3 inquadrature molto brevi ma è assolutamente chiaro).

In più questo straordinario mestierante che macina film come fossero noccioline (una media di 4 l'anno per circa 20 anni) è capace di rigettare l'etica samurai (da sempre la sola regola del regista è il godersi la vita) pur abbracciandone l'epica e il rigore. Miike cioè utilizza i samurai per quello che sono nel nostro immaginario collettivo, fondendo in un colpo i sette samurai, gil spartani di 300 e ovviamente il mucchio selvaggio di Peckinpah, tutti insieme come figure di un teatrino, eppure ha anche la sprezzante autorità di ridicolizzarne l'etica estrema, calcando sul personaggio del guerriero dei boschi (quello che fu di Mifune).
Takashi Miike ha una sola etica, è quella della sua generazione di registi (la "generazione ironica" come la chiama Schrader), ovvero l'etica del "who cares?", non ha messaggi, non ha lezioni e non ha domande, solo la voglia di un cinema di pancia e di sentimenti estremi.

Friday, February 15, 2008

Masters Of Horror: Imprint (id., 2006)di Takashi Miike

Si lo so, sarebbero da vedere tutti gli episodi di Masters Of Horror, più mi capita di vederne più mi esaltano. Però avecce il tempo... Sono una marea...
Ad ogni modo Imprint è fortissimo, ho visto poche cose sparute dalla sconfinata filmografia di Miike, film classici (Ichi The Killer) e esperimenti incredibili e incredibilmente riusciti (Zebraman), ma Imprint mi ha veramente impressionato.
E non solo per la violenza e l'efferatezza (ma ce l'ha con il concetto di ago o sbaglio?) quanto per la maniera sensazionale di fondere l'efferato e l'estetico. Il senso dell'immagine, il suo valore e il suo potere come lo si intende in Giappone già si erano ammirati nel loro scarto dalla nostra di cultura anche nei più commerciali j-horror, figuriamoci qui.

Imprint ha una trama argentiana per come dispiega gli indizi e poi svela la mostruosità traendo in inganno con le apparenze e poi riconfermandole, ma mai come in questo caso la trama conta poco (non nell'economia del film, quanto nell'apprezzamento). Giocato su una struttura a flashback tutto il film si nutre di rossi (anche perchè è forte il tema del parto e quindi il sangue ecc. ecc.) e anche nei momenti più duri di efferatezza horror non smette di stupire per le scelte ardite di cinema. Su tutti basta pensare all'incredibile immagine finale della punizione che viene riservata alla ragazza accusata di furto (foto centrale). Il peggio non è l'indicibile tortura cui è sottoposta ma quell'immagine finale.
C'è spazio anche per qualche fenomenale suggestione da horror classico rivisitato come quando mentre la prostituta racconta il protagonista per un attimo è convinto di vedere alle sue spalle un'entità, la cui presenza non è sottolineata dalla messa in scena ma anzi lasciata ai margini, confidando (giustamente) che lo spettatore anche lo noterà.

Veramente una chicca. E il fatto che al momento abbia in preproduzione Yattaman mi fa impazzire dalle risate.