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Wednesday, November 10, 2010

Unstoppable - Fuori controllo (id., 2010)di Tony Scott

POSTATO SU
Il cartello iniziale "tratto da una storia vera" nega tutto l'iperbolico cinetismo che arriverà come si conviene al cinema di Tony Scott e quasi spegne l'entusiasmo (poco) nell'animo di chi si appresta a vedere Unstoppable sperando, se non altro, in un'esperienza visivamente e dinamicamente interessante. Insomma cinema della velocità e del ritmo, anche perchè la storia di un treno lasciato accidentalmente senza conducente e lanciato a velocità folle, su un binario che in prossimità di un centro abitato troverà una curva impossibile da prendere a quel ritmo, si presta a questo tipo di sottogenere del cinema hollywoodiano: il film de treni. Ci vorrebbe un bel regista da serie B, asciutto e cinico, e invece c'è Tony Scott.

Il referente principale è Speed. Lo sanno gli spettatori, lo sa Tony Scott e l'aderenza al film con Keanu Reeves è tale che Unstoppable è quasi insopportabile a bassi regimi. La retorica della recluta assieme al veterano, l'esperienza, i veri valori americani, la vita dura e la seconda occasione. Solo quando il treno comincia a prendere velocità, quando la storia si fa dinamica, i ritmi diventano serrati e l'azione entra in ballo a schiacciare qualsiasi altra velleità di ritratto sociale, critica al governo, ai media e blah blah Unstoppable comincia a convincere lo spettatore che i soldi del biglietto non sono stati totalmente buttati.

All'uso ripetitivo, insistente e sfacciato degli zoom a schiaffo e della macchina a mano (mai vista tanta arroganza e tanta ferma volontà di aderire costi quel che costi ad un'estetica modaiola) si sostituisce un montaggio necessariamente funzionale al racconto di una corsa contro un'altra corsa. L'ideale eroico e superomistico statunitense che trova nel corpo invecchiato, bolso ma anche per questo perfettamente "fermo" (come la montagna kurosawiana) di Denzel Washington un contenitore calzante. Film di volti e di corpi. Grazie al cielo.
Treni veri, rotaie vere e un deragliamento (accidentale e senza conseguenze) vero. Il film de treni si fa con i treni reali (lo sapeva Buster Keaton, lo sapeva Frankenheimer e lo sa Scott) e con la velocità (e quando i treni non bastano arrivano anche le auto, come il settimo cavalleggeri a salvare la giornata un'altra volta), così Unstoppable regala anche dei momenti molto molto belli (la scena con il grano) e una risoluzione finale tanto scontata quanto magistralmente realizzata. Ai giusti la gloria, ai potenti incompetenti il confino e all'America i suoi eroi. Tutto sotto controllo.

Wednesday, March 10, 2010

Percy Jackson: e il ladro di fulmini (Percy Jackson And The Lightining Thief, 2009)di Chris Columbus

POSTATO SU
Perseus Jackson, per gli amici Percy, è il figlio di Poseidone e una mortale, dunque un semidio. Ma non lo sa. La sua esistenza è stata nascosta a tutti, lui compreso, mischiato tra gli altri adolescenti di New York con un migliore amico satiro (sotto mentite spoglie) e un destino davanti a sè che si palesa nel momento in cui qualcuno ruba a Zeus la sua arma più potente, il fulmine, e tutti incolpano Percy. Saltata la copertura inizia il viaggio alla scoperta del mondo dei semidei che si nasconde in quello degli umani e la lotta per la sopravvivenza.

Percy Jackson è, bene o male, il tentativo di dare il via ad una nuova saga per il pubblico tra poco orfano di Harry Potter, questo nessuno lo vuole nascondere. Non lo vuole nascondere lo scrittore dei libri originali che ha imbastito una storia fondata sulle medesime dinamiche di quella del mago di Hogwarts, non lo vuole nascondere lo sceneggiatore che ha adattato il libro per il cinema tenendo presente quello che si fa nei film di Harry Potter, non lo vuole nascondere nemmeno la produzione che ha preso alla regia Chris Columbus (già al timone dei primi due capitoli del giovane Harry) e infine non lo vuole nascondere Columbus stesso che con Percy cerca di replicare il successo di Harry puntando più sull'ironia e sull'azione.

Il risultato non ha il fascino e l'attrattiva dei primi capitoli della saga che vorrebbe imitare. Non ne ha l'epica, non ne ha l'interesse misterioso e soprattutto manca il fattore "esplorazione di un nuovo mondo". L'universo in cui si muove Percy infatti non è un mondo altro come l'Hogwarts potteriano (dove le cose sono simili alla vita normale ma subiscono continui piccoli scarti a causa dell'uso insistito della magia al posto della tecnologia) bensì l'America reale (con tutti i suoi topoi).
I luogi della mitologia vengono inseriti nel contesto statunitense (tipo il Partenone a Nashville) e allo stesso modo anche le creature mitologiche (la Medusa cura un giardino botanico al margine dell'autostrada), cercando una fusione tra tradizione americana e mitologia greca che poco centra con il fantasy che domina i libri della Rowling.
Il risultato vorrebbe essere più vicino al pubblico mentre proprio per il modo in cui gli alita sul collo se ne allontana.
Ad ogni modo il film porta a casa il premio "miglior product placement visto fin'ora" quando la Medusa viene sconfitta guardandola nel riflesso del retro dell'iPod Touch.

Monday, January 12, 2009

Sette Anime (Seven Pounds, 2008)di Gabriele Muccino

POSTATO SU
E' noto a chi frequenta questo blog il mio muccinismo, la mia incondizionata adesione a quel modo di fare film, di mettere in scena e di intendere il cinema come macchina che comunica in primis attraverso il modo in cui mostra le cose e poi anche attraverso ciò che riprende.
Certo Sette Anime mette molto alla prova tutto il mio muccinismo...

I detrattori del regista romano troveranno facile pane per i propri denti in questo film come sempre curatissimo ma contemporaneamente anche sbagliatissimo. E ciò che è peggio è che è sbagliatissimo a livello di concezione del film, cioè proprio a livello di regia.
La storia, buonista e smielatamente sentimentale, si poteva anche mettere in scena e poteva anche diventare un buon film, ma non in questa maniera. Le scelte fatte di immagini poetiche a tutti i costi, recitazione sempre sospesa, ambientazioni divise tra campi di grano, eterni tramonti e temporali non fanno che appesantire una narrazione che già di suo arranca.

In molti momenti si sbadiglia, in molti altri ci si stupisce per gli eccessi. La "sanità", intesa come complesso di malattie improvvise e devastanti e cure mediche miracolose, è da sempre parte del melodramma, ci sta spessissimo anche nei migliori almodrammi, ma oggi è materia spinosa e serve un approccio molto raffinato ed abile come quello almodovariano (o secco come quello fassbinderiano) per poterla trattare senza indurre nello spettatore un forte e irrefrenabile senso di ridicolo.

Ad ogni modo da quel che si capisce indagando la lavorazione del film pare che sia questo che La Ricerca Della Felicità siano film fortemente voluti da Will Smith in primis, che lui scelga le storie e in linea di massima il taglio da dare e che sia poi lui a volere Gabriele Muccino (il quale ovviamente è lieto di poter entrare nel sistema hollywoodiano dalla porta principale). Ma se nel primo caso era riuscito a dare un senso a quella storia, con una forma incalzante che gli si confà, in questo non riesce a districarsi proprio e sfocia nel polpettone più insulso.
Continuo a sperare che si rivolga a qualcuno di serio per le sceneggiature.