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Wednesday, March 2, 2011

Easy Girl (Easy A, 2010)di Will Gluck

POSTATO SU
C'è un breve e (per fortuna) limitato momento di metacinema nostalgico in Easy Girl: la protagonista, in una video confessione con webcam, si lamenta di quanto la sua vita non aderisca al cinema per ragazzi degli anni '80, quello con cui si è formata sentimentalmente e che rimane il suo ideale di vita, si vedono scene dai suddetti film e alla fine sentenzia: "Evidentemente la mia vita non è diretta da John Hughes".
Una volta tanto però il riferimento non è campato in aria, Will Gluck alla regia e Bert V. Royal alla sceneggiatura, confezionano infatti un film moderno nelle idee e nel porsi nei confronti dello spettatore ma anche totalmente in linea con il miglior cinema per ragazzi degli anni '80 negli intenti.

Blandamente quanto esplicitamente ricalcato su La lettera scarlatta, Easy Girl sostituisce all'infamia per adulterio, l'infamia autoinflitta per perdita della verginità. Ma è tutta una montatura nata da una bugia apparentemente piccola che si ingigantisce con il passaparola. La protagonista non fa sesso ma dice di averlo fatto, in alcuni casi lo dice anche per soldi, e questo basta a fare di lei una poco di buono agli occhi della scuola.
Là dove la mancanza di pregnanza (ovvero il farlo!) potrebbe sembrare un espediente acquietante e puritano ("alla fine è una brava ragazza"), è però evidente come il sesso anche in età minorile non sia mai condannato, anzi. Quel che è rivendicata è la libertà a praticarlo prima come dopo.

Gluck si diverte molto con una messa in scena roboante che non leva e non mette molto, il cuore è altrove e lui poco ci può fare. Con un umorismo più raffinato della media, una celebrazione non eccessiva della diversità della protagonista e una visione manichea quanto basta delle effettivamente manichee differenze che si creano nel microcosmo scolastico, Easy Girl è decisamente più un film di scrittura che di regia.
Apprezzabile infine come "i giovani" siano ritratti con quanti meno stereotipi generazionali è possibile, con quanta meno nostalgia sia immaginabile e con un certo cinismo che è la prova della mancanza di quella "volontà acquietante" di cui si è letto in giro.
Assieme a Mean Girls e Adventureland uno dei migliori film del suo genere prodotti negli ultimi anni.

Tuesday, August 12, 2008

Se.... (If...., 1968)di Lindsay Anderson

Clamorosissimo esempio di ribellismo sessantottino che fu anche premiato proprio nel 1969 a Cannes (l'edizione del 1968 della mostra francese non si tenne per motivi politici), Se.... come molto del cinema del suo tempo e del suo stampo non regge la prova del tempo.

La storia di un gruppo di studenti in un collegio inglese dove all'educazione di stampo militaresca è affiancata un'omosessualità segretamente accennata, dove stupidi precetti sono accompagnati a terribili punizioni da regolarsi tra studenti (a loro volta suddivisi in categoria di diverso potere) sembra oggi all'acqua di rose. Superata dall'attualità ma anche dalla sua rappresentazione al cinema (mi viene da pensare anche solo a Magdalene) e permeata di un idealismo così forte che, benchè all'epoca potesse essere considerato il pregio più grande, è oggi in realtà una zavorra che non consente al film di elevarsi oltre le sue contingenze storiche.

Anche la libertà stilistica sbandierata a più non posso fa ridere se si pensa a che evoluzione e che influenza hanno avuto gli stessi ideali di "stile cinematografico libero" che 8 anni prima venivano messi in pratica in Francia.
Se.... è girato in bianco e nero e a colori, a tratti rigoroso a tratti molto libero, evocativo con certe immagini (molto bella quella della foto a destra) e concettuale per i molti discorsi che vi sono presenti, ma non riesce a farsi espressione davvero di un cinema diverso.
Ad oggi la cosa che colpisce più di tutte è quel finale moralmente dubbio, ma rimane da chiedersi quanto di quello stupore sia positivo...

Ancora un anno e Malcolm McDowell sarebbe diventato inutilizzabile per ruoli violenti.

Monday, December 31, 2007

Halloween (id., 2007)di Rob Zombie


Dopo il successo dei due horror di nuova scuola Rob Zombie decide di rivedere il mito di Halloween, iscrivendosi nella lunga galleria di remake horror abbiamo visto negli ultimi anni. Tutta roba di una qualità insperata in grado di rileggere i capisaldi del genere con intelligenza e alle volte anche maggiore maestria degli originali.
Rob Zombie ad ogni modo tenta un'operazione completamente diversa dai suoi predecessori. Il suo Halloween non è come Le Colline Hanno Gli Occhi di Alexandre Aja, ma più come Batman Begins di Nolan, tenta cioè di rileggere l'opera originale puntando a colmare i buchi volutamente lasciati vuoti e riraccontando le medesime scene da prospettive diverse, da punti di vista inediti e con risvolti differenti e soprattutto dando grande spazio alle origini del personaggio.

Innanzitutto Zombie agisce con il senno di poi, inserendo in Halloween elementi della trama che sono stati inventati solo nei capitoli successivi (come il fatto che la protagonista, Laurie Strode, è in realtà la sorella di Mike Myers), poi piega alla propria volontà le origini del personaggio che Carpenter aveva solo accennato. La famiglia Myers non è più benestante ma una famiglia di disperati in pieno stile Zombie, parte integrante del malessere e della deviazione mentale del piccolo Mike.
Ma soprattutto è stilisticamente che compie il salto più grande. Dallo stile secco e asciutto del Carpenter prima maniera si passa al dinamismo di Rob Zombie, che se evita la camera a mano, non manca di dirigere infarcendo il film dei propri stilemi (lo si vede già dalla primissima immagine).
La prospettiva fortemente intimista dell'originale si perde perchè l'attenzione non è più sulle vittime ma sul carnefice. E dove Carpenter evitava per larga parte del film di mostrare anche una sola goccia di sangue, giocando tutto sulla suspense e sui rapporti tra i personaggi, Zombie invece opta (come suo solito) per un mondo di violenza continua e quotidiana, dove il sangue è all'ordine del giorno.

Da questo ne deriva quindi una prospettiva diversa. Non si tratta più di quell'orrore tipicamente anni '70 del non visto, dell'ignoto e dell'agguato, ma della paura del noto, della paura spiegata indagata e mostrata quasi pornograficamente. Non arriviamo alle punte del gore ma comunque la tensione che Carpenter crea abilmente centellinando le apparizioni di Mike Myers non è prevista, è anzi cancellata da una sovraesposizione dell'assassino, più simile agli horror moderni (anche un po' asiatici).
Il risultato è decisamente più fiacco dell'originale, per quanto sulla carta molto interessante nella pratica il film è poco accattivante e poco stimolante. E' più fiacco anche dei precedenti film di Zombie che, senza i vincoli della trama, avevano uno svolgimento più libero e anarchico, cosa che forse ne era l'elemento più interessante.

LE DIFFERENZE CON L'ORIGINALE