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Thursday, January 10, 2008

Cous Cous (La Graine et le Mulet, 2007)di Abdel Kechiche


Colpevolmente ho perso tutti i film precedenti di Kechiche arrivando impreparato e vergine a Cous Cous, vincitore morale di Venezia e grande successo anche di pubblico.
Lo stile è quello del cinema indipendente europeo, contaminato anche da alcuni influssi del cinema nordafricano (cosa che chiaramente non sorprende) ma la storia narrata è nel più tipico stile europeo classico.
E' un momento nella vita di un uomo ad essere messa in scena, quello in cui il lavoro va talmente male da indurlo a tentare l'impresa privata e aprire un ristorante.
Ma ci vuole del tempo prima di arrivare al clou. Come tipico gran parte del film è lasciata all'esposizione dei personaggi e la messa in scena dei loro rapporti senza che l'intreccio della trama avanzi (o facendolo avanzare molto lentamente).

L'ex moglie, la nuova amante, la figlia di questa, i nipoti, gli altri figli ecc. ecc. Tutto il nucleo che ruota intorno a lui e che costituisce il supporto del film, viene sviscerato con molta calma, i caratteri sono disegnati con perizia ma senza tuttavia che questo porti a qualcosa, anche nella rapida soluzione finale dell'intreccio.
Come spesso si vede in questo tipo di cinema infatti è negli ultimi 30 minuti che la storia entra nel vivo e i fili tessuti nell'arco del film vengono tirati tutti insieme facendo precipitare gli eventi premendo sull'acceleratore del sentimentalismo, della suspence e del dramma tutto insieme.
Il risultato è come spesso accade d'effetto, poichè abbiamo imparato a conoscere bene i personaggi per tutto il film, ci sono stati illustrati per bene e li abbiamo potuti compatire e immedesimarci con loro. Così quando tutto volge contro di loro il senso di dramma è totale.
Eppure questa volta il gioco sembra fine a se stesso e sterile. Le morti, le agnizioni, le soluzioni improvvise non sembrano puntare a nulla e finito l'effetto immediato di stupore e accelerazione empatica rimane poco. E sinceramente non mi sento di condividere il discorso hanekeiano di "generazione di fastidio nello spettatore per smuovere le sue convinzioni borghesi".

Discorso a parte poi andrebbe fatto sul fatto che in questi film i personaggi (tutti) non si comportano mai come farebbe lo spettatore medio occidentale (anzi come farei io), generando un senso di fastidio continuo a fronte di un'immedesimazione che comunque rimane ineluttabile. Mi costringono insomma ad immedesimarmi con degli inetti.